Malinconia e risate col primo Benigni

Castello dell'Imperatore affollato per la proiezione di "Berlinguer ti voglio bene"

Castello gremito per riassaporare il piacere di rivedere Prato nel film “Berlinguer ti voglio bene” di Bertolucci

PRATO. «L'utopia del comunismo attaccata ai genitali di un contadino», cosi Giuseppe Bertolucci commentò il suo stesso film "Berlinguer ti voglio bene" nel rivederlo anni dopo. Venerdì sera, in una notte di mezza estate, Prato ha festeggiato i 40 anni del suo film per antonomasia, una pellicola che se all'inizio fu un fallimento totale, economico e di pubblico, oggi è sicuramente un cult inequivocabile, da vedere all'infinito, nel raccontare le vicissitudini del sottoproletariato di una città toscana, Prato, già protratta negli anni '70 all'industrializzazione di massa. La vita delle case del popolo, Vergaio, Quarrata, Casale, San Piero a Ponti, la città che si trasformava, la costruzione di Pratilia (che oggi non c'è più), le Api piaggio con le pezze dei telai, la vita rustica e i pensieri deliranti del giovane Mario Cioni; tutto in una sera rivedendo la versione integrale di "Berlinguer ti voglio bene", quella censurata e in parte tagliata del 1977, con almeno cinque minuti in più in cui prosegue il turpiloquio del Cioni alla notizia della morte della madre, interpretata da Alida Valli.

"Berlinguer ti voglio bene" quarant'anni dopo fra malinconia e risate

A presentare la serata è stato Federico Berti assieme a Tommaso Santi, al giornalista del Tirreno Paolo Toccafondi e all'assessore alla cultura Simone Mangani; ritratti, ricordi e affreschi di una città che non c'è più e di un film che resta comunque un capolavoro. Uno senario suggestivo come quello del Castello dell'Imperatore (simbolo della città) ha incorniciato l'evento con tantissima gente nei posti a sedere e tanta altra anche sul prato, presa da questo desiderio collettivo di reimmergersi in un film che definire triste e geniale allo stesso tempo, è forse ingiusto o poca cosa. La città ha comunque risposto in modo entusiasta.Pochi i personaggi e gli attori di quel film capolavoro che oggi sono rintracciabili; Giuseppe Bertolucci, il regista e sceneggiatore, morto prematuramente nel 2012, nel '77 aveva 30 anni come 30 anni aveva Antonio Avati (fratello di Pupi) coproduttore della pellicola. Ancor meno di anni ne aveva Benigni, giovanissimo che non aveva ancora compiuto 25 anni, con una interpretazione sopra ogni livello del più grande Robertaccio, e "Bozzone", alias Carlo Monni, che di anni, al momento del film, ne aveva 34.

Unico presente, veneri sera, fra gli attori e le comparse di quella pellicola girata in pochi giorni fra maggio e giugno del '77 è stato Pietro Querci, ossia colui che passerà alla storia (nel dibattito del circolo al momento che si passa da il ricreativo al culturale) per la mitica frase "la donna, la donna, la donna, oh...l'omo ?". Chiamato da Federico Berti al microfono, Querci qualche aneddoto lo ha raccontato fra gli applausi e le risate dei tanti presenti. "Girammo le scene del dibattito alla casa del popolo in due o tre giorni. Prima chiesi a Roberto (Benigni) cosa dovevo fare e lui fu immediato, devi fare il contadino rintronato mi disse- e qui scroscio di risate- mi dettero 300mila lire per questa battuta e piccola scena, una cifra notevole per l'epoca guadagnata in pochi giorni". E del Benigni fuori dalla scena ? "In quegli anni con un gruppo di amici avevamo una casa a Bacchereto per fare feste e cene e Benigni ci raggiungeva spesso, veniva con la chitarra ed era banda" ha proseguito Querci. Poi il film. Notte piena ormai scesa e la versione intera, la prima, di "Berlinguer ti voglio bene" ha ripreso a muoversi, non più certo con la macchina da proiezione 35mm, ma il calore è sembrato rimanere lo stesso. Forse, quella Prato del '77 che viveva "l'utopia del comunismo" con turpiloqui e maniere forti, non c'è più, ma il cuore forte, malinconico e reattivo, sembra essere ancora molto da quelle parti. Quelle di Mario Cioni e di Bozzone.