Profughi reclutati per lavorare nei campi del Chianti, inchiesta sul caporalato - Video

La conferenza stampa in Procura (foto Batavia)

L'operazione riguarda l'impiego di lavoratori stranieri in agricoltura, impegnati centinaia di poliziotti e finanzieri. Gli irregolari venivano impiegati nelle aziende vinicole del Chianti fiorentino: 12 avvisi di garanzia, coinvolti professionisti. Le indagini sono partire dal centro di accoglienza di Santa Caterina

PRATO. Decine di perquisizioni sono state eseguite stamani, 10 maggio, in Toscana per un'inchiesta della Procura di Prato sullo sfruttamento della manodopera clandestina, in particolare per l'impiego di stranieri in agricoltura. In corso di esecuzione anche misure cautelari emesse dal giudice per le indagini preliminari. Le indagini sono condotte dalla Digos di Prato in collaborazione con polizia stradale di Prato, il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza e il Corpo Forestale.

L'ipotesi alla base dell'inchiesta è che un gruppo di pachistani abbia reclutato numerosi stranieri, tra cui numerosi profughi da poco arrivati in Italia, approfittando del loro stato di bisogno, per avviarli al lavoro nei campi, soprattutto in aziende vinicole nel Chianti fiorentino. Sono trenta le perquisizioni eseguite in mattinata e 12 gli avvisi di garanzia notificati ai membri del gruppo criminale. Nell'inchiesta sono finiti anche tre professionisti italiani, accusati di aver fornito falsa documentazione per eludere la normativa sull'immigrazione.

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Caporalato: profughi sottopagati in aziende vinicole del Chianti

Il procuratore capo Giuseppe Nicolosi, insieme al sostituto Antonio Sangermano e al dirigente della Digos Celestino Frezza, ha spiegato che al centro dell'inchiesta ci sono due coniugi pachistani, Tariq Sikander e Samina Cosar, che reclutavano i profughi di Prato e li portavano a lavorare nel Chianti. Nelle aziende di Sikander risultano assunti 115 stranieri, in quella della moglie 50. In realtà erano assunti fittiziamente perché le aziende, secondo gli inquirenti, dichiaravano utili irrisori. Le buste paga servivano soprattutto per essere allegate alla domanda di rifugiati politici o per il rinnovo dei permessi di soggiorno. La paga era di 4 euro all'ora per giornate di lavoro che duravano 12 ore.

L'inchiesta è partita lo scorso 25 settembre, quando due profughi africani ospiti del centro di accoglienza di Santa Caterina a Prato si sono rivolti alla Digos raccontando che tutti i giorni venivano portati a lavorare nel Chianti. Sono stati gli operatori del centro di accoglienza gestito dalla Fondazione Santa Rita a convincere i due profughi a parlare con la polizia. "Un giorno a settembre ci siamo accorti che all'ora di pranzo mancavano alcune decine di ospiti - spiega Nicoletta Ulivi, coordinatrice del Santa Rita - Sono tornati la sera stanchi e affamati. Il giorno dopo la cosa si è ripetuta e abbiamo capito che qualcuno li stava sfruttando. Ci hanno raccontato che non gli davano nemmeno da mangiare e da bere. Una relazione in Prefettura è stata inviata il 24 settembre". Si calcola che una cinquantina di profughi del Santa Caterina (circa la metà del totale) andassero tutti i giorni a lavorare sotto gli ordini dei "caporali" pachistani. Gli inquirenti hanno spiegato che gli operai pachistani erano trattati meglio degli africani, che in certi casi sono stati mandati a lavorare senza scarpe e in qualche occasione sono stati picchiati.

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Nell'inchiesta sono indagati 9 pachistani, a cui viene contestata l'associazione a delinquere oltre all'intermediazione illecita punita dall'articolo 603 bis del Codice penale, e tre consulenti del lavoro, indagati per concorso esterno in associazione a delinquere. Si tratta di Alessandro Magni, Paolo Baldi e Giovanni Lauria. L'ipotesi della Procura è che fossero consapevoli dell'uso che veniva fatto della pratiche da loro istruite.

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Sono quattro le aziende agricole nelle quali erano impiegati i profughi. Si tratta della Coli Spa di Tavarnelle Val di Pesa, della Desa sviluppo agricolo di Tignano, della Fattoria La Gigliola di Montespertoli e della Fattoria Montecchio di Tavarnelle. Gli inquirenti hanno chiarito che al momento non ci sono elementi per affermare che le aziende agricole fossero a conoscenza dell'irregolarità nell'assunzione dei lavoratori stranieri. E che la qualità dei prodotti "non è assolutamente intaccata" dall'uso di lavoratori assunti al nero.

L'operazione è stata battezzata "Numbar Dar" che significa "capo villaggio". Questo era considerato Tariq Sikander dai connazionali, molti dei quali provenienti dalla città di Mandi Bahauddin, nel Punjab pachistano.

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