Muore un’impresa ogni due giorni Fallimenti in crescita

Sono stati 166 con un incremento del 27,7% rispetto al 2014 E ora sono coinvolte anche le aziende a conduzione cinese

PRATO. Muore un’impresa ogni due giorni. Sono state 166 le società dichiarate fallite dal Tribunale di Prato nel corso del 2015, per la stragrande maggioranza delle quali la procedura è ancora aperta. Ma oltre al numero assoluto colpisce in questo caso l’aumento rispetto all’anno precedente, quando i fallimenti dichiarati furono 130. Dunque c’è stata un’impennata del 27,7%. Se poi si guarda l’andamento degli ultimi sei anni si vede che, con l’eccezione del 2012, la tendenza è stata a un graduale e inesorabile aumento. Nel 2010, infatti, i fallimenti dichiarati furono 95, saliti a 119 nel 2011, calati a 108 nel 2012, di nuovo saliti a 122 nel 2013, fino ai 130 del 2014.

I settori colpiti. Scorrendo l’elenco pubblicato sul Portale dei fallimenti a cura del Tribunale di Prato si scopre che non è stato solo il settore tessile a pagare il prezzo della crisi o di scelte sbagliate degli amministratori. Nella lista sono ben rappresentati anche i settori delle costruzioni, dei trasporti e del commercio. Anche perché il tessile aveva già offerto molte vittime sacrificali negli anni scorsi e chi è rimasto sul mercato probabilmente si è attrezzato e rafforzato per affrontare le tempeste.

I nomi più in vista per quanto riguarda il settore trainante dell’economia pratese sono la rifinizione Fintes del Gruppo Fedora in via Albano Laziale, per la quale si era tentato un concordato preventivo ma che poi non è andato in porto, aprendo la strada al fallimento, dichiarato in primavera. C’è poi il Lanificio Scarabeo, c’è la Filatura di Mezzana, la Filatura La Macine, la Tessitura Stylex di Vaiano, il Maglificio Ab Tricot di Montemurlo, la Ultra srl di via del Purgatorio che fa capo alla famiglia di Roberto Bini e per la quale era stato chiesto un concordato “in bianco” anche questo non andato a buon fine. È di poche settimane fa il fallimento del Gruppo Tintoriale di via Bologna, una vicenda più volte finita al centro delle cronache per le proteste dei dipendenti che si sentivano “ostaggi” dell’azienda che non li aveva pagati. Nell’elenco vanno conteggiate anche tre “rammendature”, una tipologia di azienda che già in passato era stata colpita dalle cessazioni e dai fallimenti.

Il settore delle costruzioni, come detto continua a pagare un prezzo salato alla congiuntura. Ne hanno fatto le spese, tra gli altri, la Sudedil, già sponsor della squadra di pallacanestro cittadina prima di entrare in crisi, e la Eurocostruzioni sas.

Non va meglio nel settore della ristorazione, che vede fallire il ristorante Patanegra di Montemurlo e, nelle ultime settimane, anche La Buchina degli Angeli di piazza Mercatale a Prato.

Falliscono anche i cinesi. La novità di quest’anno, probabilmente, sono i fallimenti di società a conduzione cinese. Anni fa era un evento molto raro, anche perché si diceva che nella comunità orientale esistesse un’efficiente rete di solidarietà o, quantomeno, canali finanziari forse non ortodossi che mettevano le aziende al riparo dal default. Ora invece ne troviamo almeno quattro nell’elenco dei fallimenti: si tratta della Fil Italy di Cheng Shengmu, della Tintoria Alessia di Ye Xiaoyu, della Lcl Tex di Huang Xinghe e del Maglificio Emanuele di Li Xiaoke.

Fallimenti anche un po’ strani come quello della Tintoria Alessia di via Inghirami, che quasi nessuno conosceva fino a quando l’Eni presentò un’istanza di fallimento dovendo riscuotere una bolletta da un milione di euro per la fornitura di gas che non si sa ancora con certezza chi abbia consumato.

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