Gli abiti usati della camorra: in 16 alla sbarra

Si avvia alla conclusione il processo nei confronti di un gruppo di persone accusate di aver falsificato documenti per lucrare sulla mancata igienizzazione degli indumenti. Ad alcuni si contesta di aver favorito un clan di Ercolano

PRATO. Si avvia alla conclusione il processo nei confronti di 16 imputati che sono accusati di aver gestito un traffico illegale di rifiuti eludendo la normativa sull’igienizzazione degli abiti usati e favorendo, in alcuni casi, il clan camorristico Birra Iacomino di Ercolano. Si tratta dell’inchiesta condotta dalla Direzione distrettuale antimafia e di cui si ebbe notizia nel febbraio 2011, quando il Nucleo operativo ecologico dei carabinieri eseguì 17 ordinanze di custodia cautelare tra Prato, Montemurlo ed Ercolano. Tra i nomi più in vista c’era quello di Franco Fioravanti, titolare della Eurotess di Montemurlo. La moglie Edwige Pichot è imputata insieme a Emanuele Bagnati, ritenuto vicino al clan Birra Iacomino. Gli altri imputati sono Raffaele Malapena, Antonio Viola, Francesco Formisano, Giovanni Scognamiglio, Salvatore Scognamiglio, Massimo Uliano, Paolo Castorri, Luigi De Rosa, Catello Russo, Sauro Bellucci, Marco Corti, Filippo Gerardo Cozzolino, Gabriele Borragine e Vincenzo Ascione.

Secondo gli inquirenti il gruppo gestiva un traffico di abiti usati falsificando la documentazione per risparmiare sui costi di trattamento e di smaltimento. Non i famigerati sacchi neri di scarti tessili di cui si è parlato molto a Prato nelle ultime settimane. Quello degli abiti usati era un affare da oltre 7 milioni di euro, calcolava la Dda. Per questo in aula a rappresentare l’accusa c’è il pubblico ministero Ettore Squillace, nel frattempo nominato procuratore capo di Livorno, che però seguirà il processo fino in fondo. Il 16 novembre sono stati ascoltati alcuni testimoni della difesa e l’udienza è stata aggiornata a gennaio per la probabile requisitoria del pubblico ministero.