Forse è una dama della regina la donna impiccata a un olivo

Un'elaborazione grafica del volto della donna trovata morta in via di Cavagliano

Resta aperto il giallo della morta di cui si occupò anche "Chi l'ha visto". Le tracce vanno dalla Danimarca, al Canada, da Firenze a Viareggio fino all'epilogo a Prato

PRATO. E' una storia. Una brutta storia dal finale tutt'altro che lieto, di cui si conoscono solo le ultime battute. E che, solo leggendola dal fondo, potrà avere un corpo e un inizio. Non c'è il "visse felice e contenta" delle fiabe dei bambini. C'è un corpo di donna appeso a un olivo lungo una strada che si arrampica sulle prime colline che sovrastano Prato. C'è, ora, una salma chiusa in una cella frigo dell'ospedale Misericordia e Dolce che da 68 giorni aspetta che qualcuno le dia un nome. E che ricostruisca la storia di questa donna e di quel brandello di lettera, trovata nella borsetta, con una corona stampata, la corona della famiglia reale danese. E' la busta della carta intestata della Corte della regina Ingrid. Regina di Danimarca fino al 1999.

Chissà perché, chissà come la vita e la morte hanno portato questa donna in una città, Prato, che certamente non era la sua. Nessuno l'ha cercata in questi 68 giorni. O forse sarebbe meglio dire, nessuno l'ha ritrovata.
E lei, quell'esile donna dall'età apparente di 55-60 anni, bionda, straniera, curatissima, ha portato con sé, ai piedi di quell'albero, nulla più che pochi pezzi di un puzzle, il puzzle della sua vita. Pezzi che raccontano di una vita tutt'altro che misera, almeno apparentemente, con interessi che spaziano dalla tecnologia laser al software libero, fino alla famiglia reale e che raccontano di due continenti e almeno sei nazioni.

C'è la Danimarca, forse proprio la sua Danimarca, con cartine dell'aeroporto di Copenhagen, un nome maschile molto comune, Henrik Eis, appuntato sul biglietto per l'abbonamento a una rivista scientifica americana, "American scientific", e ci sono due pagine di un articolo sui reali danesi. E quindi quel lembo di una lettera e di una busta partita dal palazzo dei regnanti danesi, come certifica il timbro sul francobollo, il 17 dicembre del 1999.
La carta intestata è del capo della Corte reale, la busta è della Corte della regina madre, quella Ingrid di Danimarca che proprio cinque giorni dopo l'invio di quella lettera lasciò la corona alla figlia Margreth e che dopo pochi mesi morì.

La donna senza nome trovata morta a Prato era conosciuta a Palazzo. Perché? Era una dama di compagnia, come suggerisce la precisione maniacale con cui ha perfettamente ripiegato il cappotto trovato ai suoi piedi? E' una ricercatrice, tanto famosa in Danimarca da aver rapporti con la famiglia reale come fanno pensare i suoi appunti su elettroni e strane molecole?

Il mistero s'infittisce: il corpo della lettera del resto non c'è. Rimane, in quel brandello di carta strappato, solo un luogo: Amalienborg, il palazzo dove i reali vivono dal 1974.
Dalla Danimarca, i fogli conservati con cura in quella piccola borsa nera dove però non c'erano documenti di riconoscimento, portano in Arizona: è in questo paese, che Henrik Eis avrebbe una casella postale. Ma dalla cittadina di Payson non arrivano risposte ai telegrammi e alle telefonate.

In America, più precisamente in Canada, conduce anche il materiale illustrativo di un convegno nell'isola di Vancouver, al Centro congressi Victoria. A penna una data, 24-27 settembre 2007. Tre giorni in cui medici ed esperti di computer si confrontavano su un tema ostico, il software libero. Sarà stata a quel convegno?
Ma torniamo in Europa. In Polonia, ad esempio, dove si possono acquistare le scarpe che lei indossava al momento della morte, comodi scarponcini di velluto talmente lindi da far dubitare che prima di morire la donna possa aver camminato molto. E in Germania dove ha sede la società di microchip per computer di cui lei ha un gadget, un paio di terrificanti occhiali tigrati.

TUTTI GLI OGGETTI RITROVATI, I PEZZI DEL PUZZLE:

E infine torniamo alle ultime battute della nostra storia. Torniamo in Toscana. Di certo c'è che il 9 novembre era a Firenze, lo testimonia una copia di un giornale gratuito che viene distribuito solo lì. Lo raccontano due schiacciatine contenute in un vassoio da supermercato confezionato il 12 novembre e prodotto da un panificio toscano. Lo indica, anche se con meno certezza, il biglietto del treno - non vidimato - dove a penna ha scritto "time 13,15 Viareggio". E' questo il treno che ha preso per arrivare a Prato? E se sì, cosa ha fatto nelle 17 ore che la separavano dalla morte? Oppure è arrivata con il primo treno del giorno della sua morte con l'intercity delle 6,47 dove si possono trovare i tovagliolini che la donna aveva in tasca al momento della morte? Se il suo treno fosse stato questo la donna avrebbe dormito a Firenze. Dove? Dove sono i suoi bagagli?

A Firenze porta anche un convegno sul laser utilizzato in chirurgia dermatologica, tanti i biglietti scritti in inglese su questo argomento custoditi nella borsa. E' proprio nel capoluogo toscano, a villa Viviani, che una psicologa di San Marino attraverso la trasmissione "Chi l'ha visto", che lunedì scorso ha seguito il caso con l'inviato Fiore De Rienzo, giura di averla vista. E di averci persino scambiato due chiacchiere dopo che la donna, in italiano con accento straniero, avrebbe fatto una domanda a uno dei relatori. Una domanda su laser e informatica. Tutto torna, sono gli argomenti di cui parla il materiale nella borsetta.

L'interrogativo principe però rimane. Chi sei, povera signora dalle unghie smaltate di rosa?

 

(Questo articolo è uscito sul Tirreno del 20.1.2008)