Quei vagoni di tritolo saltarono in aria con un botto terribile

Enzo Faraoni, 93 anni, rievoca l’azione del gruppo di giovani partigiani 69 anni fa a Poggio alla Malva

PRATO. «Sa cosa le dico: da quel giorno io non ho più avuto simpatia per Carmignano e Poggio alla Malva, benché ci sia stato bene quando ero ragazzo».

Uno dei motivi è il dolore certo, per gli amici persi: ma anche e soprattutto perché subito dopo la guerra comunisti e democristiani cercarono ognuno di mettere il cappello sul gruppo partigiano di Bogardo Buricchi e il sabotaggio ai treni tedeschi carichi di esplosivo della Nobel. Ognuno lo voleva suo. «Tutti opportunisti e egoisti. E invece noi eravamo completamente spoliticizzati ed indipendenti». Enzo Faraoni, che certo non dimostra i suoi 93 anni, pittore e poi professore all'Accademia delle Belle arti di Firenze, è l'unico superstite ancora in vita del sabotaggio dell'11 giugno 1944, quando otto vagoni di tritolo con cui i tedeschi volevano forse far saltare in aria Prato (o forse altre città) furono fatti esplodere. Sono passati 69 anni ed Enzo Faraoni conserva ancora una grande memoria di quella notte e di quei giorni.

Ce lo racconta dalla casa sulle colline fiorentine che guardano l'Impruneta, la Certosa e il Galluzzo, dove vive. «Eravamo giovani – dice – e probabilmente, avevano ragione, anche un po' incoscienti e ingenui. Facevamo cose pericolose: potevamo morire. Ario e Alighiero si arrampicavano su per i pali del telegrafo a tagliare i fili come fossero lucertole».

«Ci hanno anche accusato di essere incompetenti - aggiunge – Il piano non fu improvvisato». Originario della provincia di Spezia, sul Montalbano Faraoni era arrivato con il padre capostazione, prima a Montelupo e poi alla stazione di Carmignano sotto Poggio alla Malva. E fu lì, chiacchierando con Bogardo Buricchi, entrambi ventenni, chiusi nello studiolo dove lui dipingeva e Bogardo scriveva poesie, con i vagoni carichi di tritolo che passavano ogni settimana, che nacque l'idea del sabotaggio. Degli otto giovani partigiani quattro morirono: Bogardo ed Alighiero Buricchi, Ariodante Naldi e Bruno Spinelli. Ci fu un problema con l'innesco: la seconda miccia forse non si accese subito, perdendo secondi importanti.

Altri quattro si salvarono: Enzo Faraoni appunto, Ruffo del Guerra, Lido Sarti e Mario Banci. «Vidi due lunghe gambe che saltarono giù dal treno: penso che fossero di Ario (Ariodante Naldi nd) – ricorda – poi la vampata». Faraoni si salvò nonostante fosse stato investito dall'onda d'urto, perché scaraventato oltre la salita in una depressione del terreno.

«Le esplosioni continuarono per più di mezzo minuto: una reazione a catena - racconta - La cenere diventava pasta appiccicosa, faceva un gran caldo  e i cappelli si arruffavano». Con una gamba malconcia Enzo Faraoni risalì fino alla casa dove era sfollato, a Poggilarca, nel paese di Poggio alla Malva. Temeva perquisizioni e retate. Così, con l'aiuto del pittore Ottone Rosai, dopo qualche giorno scappò a Firenze a bordo di una carro funebre: l'unico mezzo non requisito e con la benzina che era possibile trovare. Ma i tedeschi non fecero retate. «Si limitarono ad interrogare due o tre ragazzi che erano sospettati di attività eversive - dice - La popolazione di Carmignano in fondo era sempre stata tranquilla. E alla fine anche per loro andava bene così».

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