Un sicario sotto la casa del sindacalista

La conferenza stampa col capo della squadra mobile Filippo Ferri a Firenze

Il capo dell'ufficio vertenze della Cgil dava fastidio, ma l'appostamento non servì a nulla

 PRATO. «Sto pensando se ammazzare uno, sto pensando se farlo prima o dopo le vacanze... No, 'sti sindacati mi stanno bombardando».  Frasi agghiaccianti, pronunciate al telefono in una calda mattina di fine luglio da Diocrate D'Innocenzo, 33 anni, imprenditore originario di Caserta e trapiantato a Quarrata, titolare delle aziende nate dalle ceneri del Gruppo Flowers di Montemurlo, ma soprattutto figlio di Benedetto D'Innocenzo, «legato in passato ma anche nell'attualità a clan camorristici campani (Ligato, Russo, Bardellino)», uno che per far capire chi fosse raccontava di quella volta che ricevette uno schiaffo in un bar di Casal di Principe: disse che non aveva reagito, aveva anche ringraziato prima di uscire, ma aggiunse che ora quello che lo aveva schiaffeggiato era su una sedia a rotelle.  L'obbiettivo delle minacce di morte è un sindacalista della Cgil, Giovanni Piras, responsabile dell'ufficio vertenze, e la storia dell'agguato nei suoi confronti, che è fallito solo per caso, è negli atti dell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia sulle infiltrazioni camorristiche in Toscana che lunedì ha portato all'arresto dei D'Innocenzo, padre e figlio, di un noto commercialista di Formia (Latina), di due "manovali del crimine" e della compagna di Diocrate, tutti accusati di aver messo in piedi un'associazione a delinquere che faceva uso di metodi mafiosi per mettere le mani su aziende in difficoltà.  E' il 9 luglio dell'anno scorso quando Diocrate D'Innocenzo parla con la madre e le racconta che «quello del sindacato» gli ha detto che la sua missione è di vederlo in galera. Lui lo richiama e gli risponde che non ce l'avrebbe fatta a vederlo in carcere perché l'altro (Piras) non sarebbe arrivato all'anno successivo. La "colpa" di Giovanni Piras è di aver difeso i diritti delle oltre 40 rammendine dell'ex Gruppo Flowers (Montemurlo, via Di Vittorio), di averle convinte a rivolgersi all'Ispettorato del lavoro, di aver convocato la commissione di conciliazione per far pagare ai committenti gli stipendi che D'Innocenzo non pagava, di aver denunciato l'imprenditore per appropriazione indebita del Tfr, di studiare un'istanza di fallimento.  Ce n'è abbastanza per organizzare una spedizione punitiva. Secondo gli inquirenti, che ascoltano in diretta le telefonate, la mettono in piedi i D'Innocenzo padre e figlio. Il 21 luglio 2010 viene convocato l'"uomo di fatica" del clan, Alfonso Di Penta, che arriva a Prato in treno. Diocrate D'Innocenzo lo porta in moto alle Badie, vicino alla casa del sindacalista e il presunto sicario aspetta per più di un'ora. I due tornano dopo pranzo, ma dopo una mezz'ora rinunciano. Il giorno dopo Benedetto D'Innocenzo s'informa col figlio se quel ragazzo (Di Penta) «ha iniziato a lavorare» e Diocrate gli risponde che non se n'è fatto di niente (quel giorno Giovanni Piras era a un provvidenziale convegno). Un altro tentativo era programmato per il 26 luglio, ma fu bloccato da un sms: «Alt, tutto rimandato». E' in quei giorni che D'Innocenzo rimugina se ammazzare uno prima o dopo le vacanze.  Giovanni Piras non vuol fare l'eroe ma la prende con filosofia. «Non sono il primo e non sarò l'ultimo a cui succede una cosa del genere - dice al telefono - Quel Diocrate l'avrò visto una volta e non ricordo di avergli augurato la galera. Delle minacce e di quegli strani movimenti ho saputo dalla polizia all'uscita dall'ospedale (avevo avuto un malore), spero mi abbiano messo una protezione, ma non ho notato niente di strano. Del resto in quei giorni c'era già una convocazione alla Direzione provinciale del lavoro e non sarebbe cambiato nulla».  Resta il fatto che forse per la prima volta da quando esiste la Camera del lavoro un sindacalista pratese ha rischiato di essere gambizzato. Nel marzo 2004 i D'Innocenzo avevano preso di mira anche un altro sindacalista Cgil, minacciando di «fargli tagliare la testa». «La criminalità si infiltra nel mondo del lavoro nei momenti di crisi» chiosa Piras. E' un altro modo per dirlo. Paolo Nencioni SERVIZIO A PAG. 13