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Perché Franceschi è il piromane del monte Serra: le motivazioni della condanna

Lo scenario da apocalisse provocato dall'incendio divampato la sera del 24 settembre 2018 sui monti pisani

La sintesi di 51 pagine per spiegare perché è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio: «Atto pianificato con capacità criminale»

Una persona abile nella menzogna e nella manipolazione di fatti e persone. Uno che voleva dare un senso alla propria vita imponendosi nel gruppo come il più attivo e capace nell’attività dell’antincendio. Voleva essere un eroe osannato Giacomo Franceschi, 40enne, calcesano, autore del rogo sul Monte Serra con un «agire studiato, voluto e pianificato con fredda capacità criminale». Il giudice Beatrice Dani, presidente del collegio del Tribunale (a latere Iadaresta e Grieco) che ha condannato a 12 anni (il pm Flavia Alemi aveva chiesto 15 anni) l’ex volontario dell’antincendio “Paolo Logli”, impiega 51 pagine per spiegare perché Franceschi è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. La confessione in senso colposo al momento del fermo è il primo macigno sulla strada giudiziaria del 40enne. Ma anche la telecamera che riprende alle 19,49 del 24 settembre 2018 la Panda celeste come quella della mamma che Giacomo usava di frequente è un altro tassello pesante. Infine, il rappresentarsi come un soggetto con problemi di ansia e attacchi di panico, a giustificare e a smentire così le dichiarazioni autoaccusatorie, non ha convinto i giudici.

LA CONFESSIONE


«Una volta arrivato sulla strada, nel punto di innesco dell’incendio del 24 sera, mi sono seduto sulla strada, con la tuta in mano – affermò Franceschi – . Mi ricordo di aver preso l’accendino. Con l’accendino, ho poi bruciato i fili che sporgevano dalle cuciture della tuta, perché non si scucisse ulteriormente. Avevo con me un pezzo di carta, sempre nella tasca della tuta: l’ho bruciato e l’ho lasciato cadere. Poi mi sono rialzato e sono sceso alla macchina».

Una volta avvistate le fiamme sul monte alle 22 circa fa mettere a verbale: «Ho ripensato al pezzo di carta che avevo buttato poco prima, ma lì per lì non pensavo che potesse avere provocato un incendio così. In un momento di lucidità, avrei avuto chiaro ciò che poteva succedere dopo avere incendiato un pezzo di carta con quel forte vento. Ma io, in quel momento, avevo un vuoto nella mia testa. È difficile spiegare la situazione di profonda sofferenza che provo in quei momenti. Non volevo dar luogo a un incendio, non sapevo cosa stessi facendo».

GOOGLE MAPS

L’altro passaggio decisivo arriva quando i due ufficiali dei carabinieri Pennisi e Bartolacci chiedono a Franceschi di mostrare il cellulare e attraverso la cronologia di Google Maps viene fuori la sua presenza nella zona dell’innesco la sera del 24 settembre. «È pacifico che non ci siano state pressioni da parte degli operanti i quali sottoponevano la schermata di Google Maps al Franceschi che, autonomamente, si determinava a rendere dichiarazioni ricche di dettagli – poi empiricamente confermati – sconosciuti alle forze dell’ordine» si legge nelle motivazioni.

LA PANDA CELESTE

Un ulteriore carattere centrale nella ricostruzione accusatoria è rivestito sicuramente dal passaggio della Panda “azzurro settimo cielo” sotto la telecamera di Ponte Grande in discesa verso Calci alle 19.49 del 24 settembre 2018. «La predetta vettura risulta totalmente compatibile con il mezzo di proprietà della madre del Franceschi e da quest’ultimo, come da sua stessa ammissione, abitualmente utilizzato specialmente di sera» prosegue il documento. Alle 1.49 del giorno precedente Franceschi era stato ripreso dalle telecamere sulla Panda della mamma mentre era in compagnia della fidanzata come ha confermato la ragazza. «Le due vetture transitanti alle 1.49 e alle 19.49 del medesimo giorno sono perfettamente identiche» sottolinea il Tribunale.

L’INNESCO

Nel ricostruire la sera del 24 settembre il Tribunale scrive che Franceschi «terminava il proprio turno al Gva e alle 19.02 circa faceva ritorno presso la propria abitazione dalla quale, dopo aver cambiato vettura ed essere salito sulla Panda azzurra della madre, partiva in direzione del Monte Serra transitando per una strada secondaria sterrata e poco agevole; giunto al tornante Le Porte, ivi posizionava l’innesco – plausibilmente fabbricato attraverso l’impiego di zampironi – che aveva già precedentemente assemblato – probabilmente il giorno stesso essendosi recato, senza giustificato motivo e mentendo sulle reali motivazioni, alla sede del Gva con un’ora d’anticipo – per poi rientrare alla propria abitazione transitando stavolta sotto la telecamera di Ponte Grande alle 19.49: il tempo necessario per percorrere il tragitto che collega casa del Franceschi al punto d’innesco del tornante Le Porte e ritorno è inferiore ai 40 minuti, tempistica in perfetta compatibilità con le risultanze oggettive e sufficienti al piazzamento di un innesco a tempo sul luogo del principio del rogo».

LA CONCLUSIONE

Nella sintesi di quella sciagurata notte di devastazione i giudici addebitano a Franceschi la responsabilità piena e consapevole del rogo: «L’imputato forte delle proprie conoscenze tecniche derivategli dal ruolo nel Gva sua unica fonte di gratificazione e riconoscimento sociale, appiccava l’incendio del 24 settembre. Il comportamento processuale del Franceschi, il quale tenta di giustificare le proprie dichiarazioni ed i propri comportamenti attraverso attacchi di panico mai accertati clinicamente o riscontrati da alcun teste o, peggio, mente dinanzi al collegio durante la propria escussione dibattimentale, contraddistingue una personalità fortemente incline alla manipolazione».

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