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Uccide il vicino, il giudice: "Impulso omicida senza premeditazione"

L’incrocio casuale, i tempi dell’aggressione, le armi: ecco le motivazioni della condanna di Cascino per il delitto Checcucci

CASTELFRANCO. Quando per caso lo ha visto a distanza qualcosa gli è scattato nella mente. Non erano belle intenzioni. E in un’ora circa il rancore è diventato un omicidio. Nessuna premeditazione, ma una rabbia incontrollata che ha lasciato steso sull’argine dell’Arno un uomo mite, colpevole forse di essere il fratello del bersaglio cronico del suo assassino.

In 15 pagine il giudice Giovani Zucconi spiega perché la Corte d’Assise da lui presieduta ha condannato Luigi Cascino, 54 anni, di Fucecchio, a 16 anni per l’omicidio volontario di Roberto Checcucci, 55 anni, suo vicino di casa, e non all’ergastolo come chiedeva il pm Fabio Pelosi.


Per la Corte d’Assise la mattina del 20 settembre Cascino uscì di casa senza avere idea di dove si trovasse Checcucci, un tipo solitario abituato a fare passeggiate. Lo vide alle 9 circa. E intorno alle 10 il delitto era già compiuto.

I tempi

«Gli elementi di prova in atti sono in grado di sostenere fondatamente l’ipotesi che l’arco temporale tra l’insorgenza del proposito omicidiario e la sua realizzazione sia al massimo di poco superiore ad un’ora» si legge nelle motivazioni.

È «supportata la tesi che attribuisce l’origine delle criminali intenzioni del Cascino al momento in cui l’imputato, a bordo della sua auto, intercetta visivamente il Checcucci che cammina sull’argine del fiume. Sia nell’uno che nell’altro caso si sta, comunque, parlando di un arco temporale obiettivamente contenuto».

Le armi

È in quei minuti che Cascino matura l’idea di affrontare Checcucci. E lo fa con uno svitabulloni, anche se tiene sempre un coltello in tasca.

Ancora le motivazioni: «Lo svitabulloni, oggetto di un certo ingombro e di non facile manovrabilità, non è propriamente uno strumento che in un piano omicidiario preordinato costituisca arma sulla quale si può fare sicuro affidamento per raggiungere lo scopo prefissato, tanto più considerando che il reo disponeva di arma ben più efficace e sicura, del cui utilizzo il Cascino, per la passione palesata per i coltelli, era senza dubbio esperto».

Le due fasi

La prima aggressione avviene nei pressi del boschetto e Cascino usa il tirabulloni. Poi la seconda a 150 metri di distanza. E in quel caso l’omicida tira fuori il coltello e colpisce la sua vittima almeno una decine di volte, tra dorso, collo e braccia,

«Si deve osservare che il mancato impiego del coltello per colpire in modo serio il Checcucci durante lo scontro iniziato in prossimità del canneto e l’utilizzo dello svitabulloni alimentano fondati dubbi sul fatto che il Cascino abbia affrontato il Checcucci con la ferma volontà di ucciderlo» sottolinea il dottor Zucconi, relatore della sentenza.

Non credibile

Anche se la Corte non ritiene provata l’aggravante della premeditazione «pur tuttavia non appare credibile l’imputato quando nel suo memoriale sostiene di aver seguito e deciso di fermare il Checcucci, portandosi dietro il coltello e lo svitabulloni, appositamente prelevato dalla sua autovettura, senza nessuna illecita intenzione. È impossibile con il materiale probatorio a disposizione formulare ipotesi su quali fossero gli obiettivi perseguiti dal Cascino, potendosi tutt’al più formulare inutili congetture. È, però, inverosimile che l’imputato, segua a piedi il Checcucci, premunendosi di strumenti di offesa, solo perché mosso da un’improcrastinabile ed insopprimibile esigenza di aver notizie della zia Maria, esigenza che avrebbe indotto il Cascino a costringere praticamente il Checcucci, impegnato in una pacifica passeggiata, a fermarsi per ascoltarlo».

Checcucci non lo seguì

Sono prive di riscontro le dichiarazioni di Cascino «secondo le quali il Checcucci lo avrebbe inseguito brandendo con fare minaccioso lo svitabulloni – scrive il giudice – . Il numero di coltellate inferte, le zone attinte, la sicura posizione frontale dei due uomini, la indubbia abilità del Cascino di far uso di questa tipo di arma, non instillano in questa Corte dubbio alcuno sulla ricorrenza di un dolo diretto che collega l’azione offensiva del Cascino e l’evento morte del Checcucci».

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