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Riciclaggio e usura nelle concerie, il cuore del processo trasferito a Pisa

Uno scambio di denaro immortalato dalle telecamere nell’inchiesta “Vello d’oro”

Il gup del Tribunale di Firenze ha suddiviso in tre città i filoni dibattimentali delle inchieste “Vello d’oro” e “Vello d’oro 2”

SANTA CROCE SULL'ARNO. Due inchieste e tre processi sparsi tra Firenze, Napoli e Pisa, la zona dove resta il maggior numero di imputati delle operazioni “Vello d’oro” e “Vello d’oro 2” su un presunto giro di usura e riciclaggio con legami tra Campania e Calabria.

Lo “spacchettamento” dell’inchiesta, da tempo riunita in un unico blocco dibattimentale, per competenza territoriale è stato deciso dal gup del Tribunale di Firenze.


Una decina gli imputati che saranno processati a Pisa nei prossimi mesi. Si tratta di imprenditori residenti tra Santa Croce sull’Arno e Castelfranco di Sotto. Nel giugno 2021 al titolare di due società di pellame, calabrese con residenza a Sovigliana, furono sequestrati due milioni di euro. All’origine del provvedimento le indagini della Dda di Firenze con Guardia di finanza e dei carabinieri nelle inchieste “Vello d’oro” e “Vello d’oro 2”.

Nel primo filone le accuse variano dall’associazione a delinquere, al riciclaggio e autoriciclaggio, dall’usura all’estorsione con esercizio abusivo del credito, frode fiscale, fatture false. Per alcuni episodi, in cui sono coinvolti gli imprenditori locali, è stata esclusa l’aggravante mafiosa che resta per gli altri coinvolti. Le società usate da un intermediario, la Nuova Stel Pel e la Dami. Pel International con uffici a Santa Croce sull’Arno, sarebbero servite a riciclare soldi sporchi delle famiglie ’ndranghetiste dei Barbaro e dei Nirta e del clan camorristico Lo Russo di Napoli nord. E anche a diversi imprenditori delle concerie, desiderosi di creare provviste in nero, finiti a processo. L’inchiesta nel febbraio 2018 portò ad arresti e perquisizioni.

«Denaro che gli imprenditori locali – scrisse in un passaggio dell’ordinanza di custodia in carcere il gip nel 2018 – hanno preso dal mediatore consentendo così, forse inconsapevolmente, l’ennesima ramificazione mafiosa sul territorio toscano».

Le imprese erano economicamente sane ma – è il nucleo dell’inchiesta – avrebbero trovato vantaggio nel farsi prestare denaro, proveniente da “cartiere” che di fatto venivano gestite dalla’ndrangheta.

Da un lato il riciclaggio di soldi della malavita calabrese e campana e, dall’altro, creare riserve occulte di contante per le aziende.

Il sistema prevedeva che all’imprenditore “sano” venisse offerta o chiedesse una cifra ai gruppi criminali. Facciamo un esempio per centomila euro.

Le false fatture erano l’anima del meccanismo: l’imprenditore pagava le pelli (esistenti solo su carta) attraverso una fattura emessa da una società cartiera. Clan e cosche si tenevano la differenza diciamo di 10mila euro (la provvigione ipotetica) e l’imprenditore riceveva 90mila euro cash e in più scaricava dall’imponibile come costo d’impresa i 100mila della fattura fittizia.

L’inchiesta della Dda fece emergere che le somme circolate in “Vello d’oro” provenivano sia dalla Calabria sia da conti in banche di Slovenia e Croazia. Una volta ripulito in Toscana, il denaro avrebbe preso la via di società del Regno Unito.

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