Contenuto riservato agli abbonati

Caso Stella Maris, parla un'operatrice: «Presa di mira per le denunce, ma quanto visto era troppo»

La sede della Stella Maris a Montalto di Fauglia

La donna: «Ero la mosca bianca, ho subìto minacce e pressioni». E racconta di un collega che saltava sull’inguine di un ospite per farlo calmare

FAUGLIA. Non ha avuto timore di opporsi pubblicamente ai suoi colleghi della Stella Maris che del ceffone e del sopruso avevano fatto il cardine del loro metodo educativo. E per questo Michela Orsini, dipendente della struttura, si è sentita «una mosca bianca: ho subìto minacce e pressioni e sono felice di poter testimoniare. Mi ha fatto sentire libera».

È la testimone di una serie di accadimenti che potrebbero mettere in difficoltà una serie di colleghi, accusati (con intensità diverse) di aver maltrattato per anni gli ospiti della struttura di Montalto di Fauglia. Di episodi ne mette in fila diversi, parlando anche di fatti accaduti nel 2009 e che dovrebbero essere fuori dai capi d’imputazione previsti dall’esame. «Cosa che può dare un’idea di quello che era la situazione e il contesto nella struttura», ha detto il pm Fabio Pelosi durante il suo interrogatorio.


«Non si lavorava bene in quell'ambiente lì», esordisce Orsini. Quello che vide, i comportamenti dei colleghi, che descriverà minuziosamente con una serie di circostanze precise, la lascia interdetta. «Prima di lavorare alla Stella Maris ero stata alla scuola elementare, per assistenza e sostegno. Ho visto delle cose alla Stella Maris che non avevo mai visto. Non voglio parlare di maltrattamenti, ma di metodi di contenimento verbali e fisici duri, fatti verso pazienti che si sarebbero potuti trattare in modo completamente diverso. E quando lo facevo presente ero vista come quella che non stava al gioco, che raccontava le cose».

Il pm le chiede che tipo di accoglienza trovassero le sue segnalazioni alla direzione. «Devo dire che rispetto alla direzione ho spesso omesso di raccontare, avevo la sensazione di non essere creduta quando lo avevo fatto», spiega la donna.

Pelosi la invita a questo punto a raccontare in ordine cronologico gli episodi ai quali ha assistito. «Primo episodio a carico di un paziente ora deceduto, siamo nel 2009 o nel 2010. Vidi un collega, che oggi è imputato in questo processo, saltare violentemente sull'inguine di un paziente più volte, che stava disteso su un lettino basso dove c'era sempre un materassino. Il paziente era agitato, si stava picchiando: sentivo delle urla e intervenni. Un comportamento eccessivo, non c'era bisogno. Devo dire che il collega era uno che si prestava anche ad aiutare, in certe occasioni quando mi sentivo minacciata mi aiutava. Poi però era anche superficiale direi».

Racconta poi un altro episodio: «In quanti assistente con funzioni educativa ero preposta ad accogliere i pazienti che arrivano da fuori la mattina. Quel giorno scesero dal pulmino della Misericordia di Cascina e uno dei volontari tirò uno schiaffo e poi anche un pattone a uno di loro. Chiesi: “Ma che stai facendo?”. Si giustificò dicendo che sul pulmino era stato tremendo. Al che arrivò un’educatrice che mi disse “Ma cosa stai dicendo, non è successo nulla”». Il racconto prosegue: «Nel giro di qualche mese fui trasferita nella Rsd al reparto quattro. Un’educatrice mi disse “sei venuta a rompere i c.... anche qui?”. Capii cosa intendeva quando vidi un altro operatore che dava da mangiare grosse molliche di pane impastate con l’acqua a un paziente».

© RIPRODUZIONE RISERVATA