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«Ergastolo per Cascino»

In alto il luogo dell'omicidio, a destra sopra Luigi Cascino e sotto Roberto Checcucci

Le richieste del pm. «Movente nelle liti, Roberto ucciso per colpire il fratello»

CASTELFRANCO DI SOTTO. La parola che toglie ogni speranza viene pronunciata dal pm al termine della sua requisitoria: «Ergastolo senza alcuna attenuante».

Luigi Cascino, 54 anni, originario di Canicattì, operaio residente a Fucecchio, per tutta la durata dell’udienza tiene la testa bassa. Ogni tanto si passa il fazzoletto sugli occhi. Non rivolge lo sguardo nemmeno verso i suoi difensori. Quando entra in aula scortato dagli agenti della penitenziaria, la moglie viene portata fuori, sorretta dagli amici.


È il processo in Corte d’Assise (presidente Zucconi, a latere Messina e sei giudici popolari) per il delitto di Roberto Checcucci, 54enne vicino di casa dell’imputato, trovato senza vita sull’argine dell’Arno a Castelfranco di Sotto la mattina del 27 settembre 2020. E proprio nei rapporti di vicinato, soprattutto con il fratello della vittima Gilberto, che per il pm Fabio Pelosi va ricercato il movente di un omicidio che per giorni apparve assurdo per l’inesistente vita sociale e priva di ombre dell’assassinato. Le indagini del nucleo investigativo dei carabinieri si diressero verso la cerchia di residenti intorno ai Checcucci e i dissidi emersero in modo spontaneo.

La convinzione del pm è che Cascino quella mattina, carico d’odio verso Gilberto, uscì di casa con l’obiettivo di uccidere Roberto, uomo mite e vulnerabile «ucciso in modo violento» ha ricordato il rappresentante dell’accusa che rievocato anche l’incidente del marzo 2019 in cui Cascino in auto investì Gilberto procurandogli una pensione a una gamba. «Prima ha tentato di colpire Gilberto, e non escludo l’ipotesi di ammazzarlo, poi ha visto che il punto debole era Roberto e ha pianificato il suo omicidio per punire Gilberto» è stato uno dei passaggi dell’accusa. In aula è stato proiettato il video con le immagini delle telecamere. Per l’accusa è la prova del pedinamento di Cascino che dopo l’omicidio appare claudicante, con la fascia a un braccio ferito e il giubbotto macchiato. «C’è la premeditazione perché l’imputato ha avuto un lasso temporale sufficiente per tornare indietro sia quando era in auto che a piedi per raggiungere Checcucci – ha sottolineato il dottor Pelosi –. Poteva desistere e non lo ha fatto. In tasca aveva un coltello e uno svita bulloni. Ammesso che Gilberto sia un soggetto litigiosa, un omicidio non è mai giustificabile. Se poi i motivi sono quelli banali di vicinato ancora peggio. Ha fatto ricorso alla violenza come soluzione ai contrasti personali».

Sul memoriale di Cascino e il riferimento alle richieste di informazioni su zia Maria come ragione dell’avvicinamento alla vittima incrociata per caso, il pm ha parlato di «offesa all’intelligenza della Corte». «È stato solo un pretesto per fermarlo e ucciderlo senza pietà – ha rincarato il pm –. Non è una situazione sfuggita di mano, ma un dolo organizzato. Chiamato in caserma, Cascino viene filmato mentre getta la tazzina di caffè per non farsi prendere il Dna. Il suo apporto probatorio è stato inutile». La difesa ha rilevato che lo svita bulloni fu subito repertato dai carabinieri senza sapere a cosa era servito e che fu C ascino a far ritrovare il coltello in un ceppo di legno poco distante dal luogo dell’omicidio. Sentenza il primo dicembre.

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