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Smascherato il furbetto della prognosi

Vigili urbani impegnati nei rilievi di un incidente

Odissea giudiziaria per un artigiano cascinese a cui era stata revocata la patente dopo un banalissimo tamponamento

CASCINA. Una storia che ha dell’incredibile. L’esistenza di un artigiano cascinese semi-paralizzata in seguito a un banalissimo tamponamento stradale, a cui ha fatto seguito una vera e propria odissea giudiziaria.

Tutto ha inizio il 30 aprile 2016 quando l’artigiano (per la precisione marmista), durante uno dei suoi spostamenti per lavoro, tampona lungo la Tosco Romagnola l’auto di un signore di Cascina che viaggiava insieme a sua figlia di 4 anni. Intervengono ovviamente i vigili urbani e redigono il verbale. Arrivano anche le ambulanze ed entrambi i conducenti vengono trasportati in ospedale. Il marmista viene dimesso con una prognosi di 5 giorni, mentre l’altro con una di 7 giorni per la distorsione del rachide cervicale.


«Un anno dopo – racconta Biagio Depresbiteris, il legale dell’artigiano – il mio cliente si vede notificare dalla Procura della Repubblica un decreto penale di condanna di 15.000 euro di multa, ridotti a 4.500, e revoca della patente. Mentre la multa era sopportabile, per certi aspetti, considerate anche le spese legali che si sarebbe risparmiato, la revoca della patente era da evitare ad ogni costo. Perderla avrebbe avuto importanti conseguenze sia per il lavoro che per la sua vita privata. Il problema era che non si poteva accettare il decreto penale di condanna ed evitare la revoca della patente. Questa, infatti, era un procedimento amministrativo automatico. È stato quindi necessario opporsi al decreto penale di condanna e iniziare un processo penale a tutti gli effetti».

Roba da non credere quanto letto a proposito del capo d’imputazione: lesioni gravissime. Questo perché l’automobilista tamponato aveva presentato certificati medici che accertavano una malattia di ben 82 giorni.

«All’epoca dei fatti – riprende l’avvocato Depresbiteris – era entrata in vigore la norma che prevedeva la revoca automatica della patente in caso di lesioni gravissime. Così il mio cliente, per poter lavorare ancora tranquillamente, ha dovuto affrontare un intero processo penale, difeso da me e dal collega Salvatore Ciuni. La nostra difesa si è basata tutta sul dimostrare che la malattia del danneggiato non era stata di 82 giorni e che di conseguenza le lesioni non erano gravissime. Per farlo abbiamo dovuto sostenere numerose udienze in cui sono stati ascoltati tre medici del pronto soccorso, un medico legale e un perito cinematico, oltre al danneggiato e ai vigili. Durante il corso del processo è emerso senza alcun dubbio che le lesioni che il signore aveva subìto erano modeste, anche perché la figlia di quattro anni non si era fatta assolutamente nulla e non era stata trasportata neppure all’ospedale. L’ultimo giorno degli interrogatori testimoniali, rispondendo a una delle ultime domande, il medico legale ha concluso con una frase che risuonava più o meno così: “Signor giudice, francamente non saprei che dire, non conosco bene da quale malore sia stato colpito l’automobilista, mi sembra più che altro un caso di sindrome da risarcimento”. Quest’ultima frase, a mio avviso, ha segnato la sorte del processo, oltre che scatenare una fragorosa risata in tutti quelli che erano presenti».

Il marmista cascinese, alla fine, è stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste. Non si è mai visto revocare la patente (a tal proposito era comunque intervenuta una sentenza di incostituzionalità della norma), non ha pagato la multa, anche se ha dovuto pagare i suoi due avvocati. Nessuno gli rimborserà quello che ha pagato, nemmeno il danneggiato, che ha comunque goduto di una somma molto più alta di quella che avrebbe dovuto avere per un banale e modesto tamponamento.

«Se si pensa – è la conclusione dell’avvocato Depresbiteris – a quanta energia, tempo e soldi si sono dovuti impiegare per questo processo che si è concluso solo a luglio e che si è tenuto solo per la piccola furberia di un automobilista danneggiato, c’è da restare alquanto perplessi».

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