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L'asfalto simbolo dello spreco, chi sono i tre dipendenti comunali condannati per la "Strada di Patto"

Corte dei conti: dovranno risarcire 700mila euro al Comune. Ecco le perizie che li inchiodano. Altri tre sono sotto processo per falso e truffa aggravata

PONTEDERA. La “Strada di Patto” non è diventata il simbolo di un’opera pubblica abborracciata, pagata dalla collettività, per uno scarto del destino a cui ci si deve rassegnare. C’è un motivo più concreto che con il fato non ha niente a che vedere che ora è scritto in un verdetto di Tribunale.

Chi doveva controllare la correttezza nell’uso di materiali e la qualità delle opere eseguite non sempre a regola d’arte, ha lasciato correre con negligenza al punto da costringere l’amministrazione pontederese a ripetuti aumenti di spesa. Le ipotesi di danno erariale, per dolo civile, adesso sono diventate una certezza processuale con la sentenza di condanna della Corte dei conti nei confronti di tre dipendenti comunali che dovranno versare, in quota parte, circa 700mila euro al Comune.


Si tratta dell’architetto Massimo Parrini, 59 anni di Empoli, responsabile unico dei procedimenti; dell’ingegner Salvatore De Pascalis, 59 anni, di Pontedera, all’epoca direttore dei lavori; dell’architetto Marco Pasqualetti, 55 anni, di Pontedera, collaudatore delle opere. Per il secondo lotto (2007) la spesa da risarcire è di 388mila euro, una cifra che scende a 308mila per il terzo lotto (2009). I giudici contabili distinguono anche il carico oneroso cui dovranno far fronte i tre dipendenti. Per il secondo lotto le quote sono così suddivise: 60 per cento De Pascalis, 30 per cento Parrini, dieci per cento Pasqualetti. Per il terzo lotto Parrini 35 per cento, De Pascalis 65 per cento. I sequestri sui beni dei tre funzionari con la sentenza vengono trasformati in pignoramenti.

La Corte dei conti ha accolto in toto le tesi dell’accusa. Nel fascicolo di indagine della Guardia di finanza ci sono le consulenze dell’ingegner Massimo Losa, utilizzata in sede civile, e quella dell’ingegner Vincenzo Capalbo entrata nel procedimento penale. Gli esiti concordano: nella “Strada di Patto” non esiste almeno il 50 per cento di quello che risulta sulla carta e che è stato pagato alle ditte. Tradotto: chi era tenuto a verificare conti e materiali e a fare gli interessi del Comune non lo ha fatto mancando ai suoi doveri di committente provocando così un danno alle casse municipali. Secondo una perizia agli atti della Corte dei conti «il conglomerato bituminoso (o manto) è risultato essere, di fatto, di uno spessore di 12 cm, inferiore ai 20 cm contabilizzati nel finale; in particolare, lo strato di base è risultato essere di cm 7 anziché 12 e lo strato di binder (collegamento) di cm 5, anziché 8 cm. In definitiva la strada è stata realizzata con uno spessore degli strati in conglomerato di 11 cm inferiore rispetto a quello di progetto e di 8 cm inferiore rispetto a quello contabilizzato. Non è stato steso il manto di usura a copertura. Lo spessore dello strato di terreno trattato con calce è risultato essere di 38 cm, rispetto agli 80 ipotizzati».

Sull’architetto Parrini i giudici scrivono: «Ha autorizzato i pagamenti all’appaltatore in assenza di tutti quei riscontri formali necessari a confermare la veridicità delle misurazioni effettuate e la regolarità delle opere realizzate». E sul collaudatore Pasqualetti: «Gravi le violazioni poste in essere in sede di collaudo per non aver proceduto agli opportuni e necessari accertamenti, dopo la lettura dei verbali verifica, dai risultati dubbiosi o inutili, oppure, nel caso, lo stesso avesse proceduto al collaudo senza la lettura dei verbali, dal momento che non sono menzionati nel verbale di collaudo, per non aver effettuato tutte le misurazioni e le verifiche necessarie ad assicurare la reale rispondenza dell’opera a quanto progettato, contabilizzato e pagato».



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