Operai pagati due euro l’ora e minacciati

Imprenditore a processo per sfruttamento della manodopera. L’accusa: si faceva ridare anche metà dello stipendio

BIENTINA. La ditta è chiusa da tempo. Lui è tornato nel suo Paese appena riacquistata la libertà.

Sarà un processo a un nome, uno dei tanti che affollano i Tribunali. Ma questo non sarà un giudizio di routine generato dall’automatismo della macchina giudiziaria. Si dovrà affermare un principio, quello della dignità del lavoro.


Lo chiamavano “Federico” per comodità. Il suo nome in realtà è Hu Yongquan, 35 anni, prototipo di quegli imprenditori spregiudicati nei modi e nell’approccio al sistema occupazionale. Zero regole, priorità al business. Diritti ignorati, quando non azzerati del tutto.

Arrestato due anni fa dalla Guardia di finanza, “Federico” è stato rinviato a giudizio con l’accusa di sfruttamento della manodopera. Era l’operazione “Moonlighting” diretta dal sostituto procuratore Miriam Pamela Romano che ora diventa un processo in cui gli operai sfruttati, sedici cinesi e quattro pakistani, saranno chiamati a raccontare condizioni e vita all’interno di una pelletteria di Bientina, la “Angela”.

Intestazione formale alla mamma dell’imputato, mai vista in zona, e attività gestita dal figlio con metodi che dopo il carcere adesso diventano un atto d’accusa processuale. Un dibattimento che sarà celebrato in assenza dell’imputato. Da un punto di vista giuridico non è un latitante. Gli avvocati difensori hanno ricevuto gli atti e il processo può essere celebrato con le massime garanzie procedurali. Un giudizio in contumacia che farà risparmiare all’imputato l’ascolto dei racconti dei suoi ex operai. Per dare il senso della vicenda è utile ricordare l’esito dei pedinamenti dei finanzieri. Lo vedevano accompagnare i dipendenti in banca dove, dopo aver cambiato l’assegno, gli restituivano metà dello stipendio, a volte anche di più. Ed erano cifre di gran lunga inferiori a quelle per le quali avevano lavorato. Nessun clandestino nella pelletteria “Angela”, da parecchi anni su piazza con i suoi prezzi stracciati nel settore di cinture e borse. Quello che usciva dalla pelletteria non era un prodotto dozzinale. I margini di guadagno iniziavano proprio dalle paghe miserrime consegnate agli operai. E dalla “Angela” la merce prendeva altri orizzonti, più nobili e ricaricati nei prezzi verso società del settore conciario nelle province di Firenze, Lucca, Pisa e Prato. Erano i committenti della pelletteria di Hu, aziende importanti che avevano pure vinto appalti con il ministero della Difesa per la fornitura di articoli per uniformi, dalle fondine ad altri accessori. Le indagini hanno escluso conoscenza dello sfruttamento e responsabilità delle aziende che commissionavano i pezzi all’imprenditore cinese. L’avidità del titolare incrociava il bisogno degli operai. E per almeno un anno il risultato è stato quello raccontato dai lavoratori che avevano accettato la situazione nella speranza del permesso di soggiorno.

«Lavoriamo 12 ore al giorno per 2 euro l’ora – avevano messo a verbale i pakistani –. Ma il contratto prevede 4 ore giornaliere con una retribuzione di 7,5 euro all’ora». Hu teneva una contabilità parallela per pagare il nero ai dipendenti. E anche quando aveva saputo degli accertamenti della finanza non solo aveva continuato a sfruttare i lavoratori, impiegandoli nel capannone anche di notte, ma li avrebbe pure minacciati di licenziamento se avessero continuato a collaborare con i finanzieri. Scoperta la documentazione del nero in alcuni armadi, l’imprenditore aveva cambiato sistema di rendicontazione. Usava la messaggistica WhastApp. Gran parte dei dipendenti viveva in un edificio accanto alla pelletteria. Dal letto alla macchina da cucire senza mai oltrepassare il cancello. —

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