Isolamento da pandemia e della didattica a distanza: è allarme "Hikikomori". Parla l'esperta

I giovani hanno risentito e stanno risentendo molto delle conseguenze della pandemia e a destra la dottoressa Lavinia Rossi

Giovani che si rinchiudono in casa, fenomeno in preoccupante ascesa: intervista alla dottoressa pisana Lavinia Rossi, medico chirurgo specialista in psichiatria

PISA. “Hikikomori” è un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi a chi decide, soprattutto tra i giovani e giovanissimi, di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno. Le ultime stime parlano di 100mila casi italiani di Hikikomori e di un fenomeno in aumento anche a Pisa e provincia a causa soprattutto dell’impatto della pandemia, con i vari lockdown e con l’introduzione della didattica a distanza. Vengono segnalati in preoccupante crescita casi di abbandoni scolastici, come conferma la dottoressa pisana Lavinia Rossi, medico chirurgo specialista in psichiatria con studi medici a Pisa, Lucca e Viareggio.

Dottoressa Rossi, come si individuano gli Hikikomori?
 
«Per facilitare una diagnosi differenziale rispetto ad altri disturbi, alcuni studiosi hanno proposto di suddividere il fenomeno dell’Hikikomori in due tipologie: primario, specifica da attribuire a quelle persone che non presentano altri disturbi psicologici o patologie psichiatriche che spieghino l’auto-reclusione, e secondario, specifica da attribuire a coloro che sono affetti anche da un’altra patologia, come depressione, ansia e schizofrenia. In ogni caso, le caratteristiche distintive di questi individui sono: vivono con uno o entrambi i genitori (studi riportano che solo l’11% vive da solo); presentano sovente una storia di abbandono scolastico, scarso rendimento scolastico, per riduzione delle ore di sonno; presenza di alterazione dei ritmi circadiani, inversione giorno e notte, utilizzando per la maggior parte del loro tempo diversi dispositivi elettronici (televisione, smartphone, computer, console per videogames, ecc.), tanto che il fenomeno è stato spesso associato all’Internet addiction, ma gli studi mostrano che solo nel 10% dei casi è stato riscontrato anche questo tipo di dipendenza; perdita di lavoro, sindrome amotivazionale, innescata dalla riduzione della volitività, data dall’impossibilità di ideare un progetto di vita; isolamento; amicizie web correlate; presenza di fobie tipiche: fobia scolastica, agorafobia e automisofobia; sono soliti consumare i pasti nella propria stanza, mettendo spesso in “scacco” un genitore che si occupa del “servizio in camera”; quando sono autonomi nel procurarsi i viveri, si alimentano irregolarmente, per lo più con trash food; l’igiene personale e dell’ambiente è spesso trascurata; presenza di perdita di controllo, se contrariati, con crisi di aggressività etero e autodiretta.
 
In che modo le limitazioni imposte dalle norme sanitarie anti-Covid hanno influenzato i giovani, incrementando la loro tendenza all’Hikikomori?
 
«La chiusura forzata della maggior parte dei luoghi di socializzazione (scuole, palestre, luoghi d’incontro) potrebbero aver causato un’accelerazione del processo d’isolamento, con la privazione delle attività che permettevano loro di rimanere aggrappati al mondo sociale. I soggetti già Hikikomori, che si trovavano in una condizione più grave, perché non si era ancora innescato un processo attivo di reazione al problema, in quest’ultimo anno hanno sperimentato un calo delle pressioni di realizzazione personale, forse per la prima volta da molto tempo si sono sentiti “normali”. Perfino le pressioni da parte dei genitori, o di altri adulti su di loro, si sono sicuramente attenuate, con il rischio di una sottovalutazione della problematica e con la conseguenza di una perdita di tempo prezioso per lavorare alla risoluzione della sindrome, che potrebbe dunque andare incontro a una cronicizzazione».
 
Qual è la peggiore “prognosi”, se finisse la pandemia, una volta effettuata la vaccinazione di massa?
 
«La risposta più dolorosa a questa domanda è che chi soffre davvero di sindrome di Hikikomori realizzerà tutta la “povertà” della propria condizione, dato che la sua “quarantena” non è un periodo transitorio, causato da fattori esterni, come per gli altri, ma una vera prigione, in cui si è autoincluso e potenzialmente durerà per un tempo indeterminato. Si evidenzierà la differenza tra un isolamento volontario e uno forzato: l’Hikikomori vive il proprio ritiro come una scelta, o comunque come un qualcosa che ha a che fare con la propria volontà, mentre l’isolamento che ci è stato imposto, a più riprese, per motivi di sicurezza, durante questa emergenza sanitaria, non ha questa base motivazionale interna e, dunque, anche le ripercussioni psicologiche sono differenti. Inoltre, la pandemia non ha avuto un impatto solamente sugli Hikikomori, bensì anche sulle loro famiglie. Possiamo ipotizzare una situazione di maggiore stress di tutto il nucleo familiare, che non giova affatto ai soggetti isolati: la maggiore presenza in termini di tempo dei genitori a casa, a causa della perdita di lavoro o dello smart working, potrebbe aver amplificato i conflitti all’interno della famiglia, sia nella coppia, sia tra genitori e figli, portando talvolta anche a episodi di violenza degli uni contro gli altri».
 
L'impatto della pandemia sul fenomeno degli Hikikomori rischia dunque di rivelarsi oltremodo negativo, con un sostanziale aumento dei casi e un aggravarsi di quelli già esistenti. Come contrastare il fenomeno?
 
«Le difficoltà di definizione e la relativa novità del fenomeno non hanno permesso ancora di strutturare protocolli di intervento universalmente riconosciuti. In Giappone il ministero della Salute ha sviluppato alcune linee guida che prevedono quattro fasi per il trattamento dell’Hikikomori: supportare la famiglia e ottenere un contatto con il giovane; offrire supporto individuale al ragazzo; includere il paziente in un gruppo terapeutico al fine di sviluppare le abilità sociali; esercitare le abilità acquisite in situazioni reali. Se la presa in carico della famiglia diviene un passo imprescindibile per il trattamento dell’Hikikomori, sul versante dell’intervento sul singolo è stata riscontrata una certa inefficacia delle sole terapie farmacologiche. L’approccio attualmente più utile sembra essere un intervento combinato di psicoterapia, particolarmente ad orientamento cognitivo-comportamentale, e farmaci. Il “gruppo” è utilizzato come luogo sicuro in cui esercitare e migliorare le proprie abilità sociali, spesso “arrugginite” dal lungo periodo di inattività, ricevendo accettazione e sostegno incondizionato».
 
Veniamo alla didattica a distanza e al conseguente isolamento. Ci sono analogie con il fenomeno degli Hikikimori?
 
«Si fanno sempre più “pesanti” le conseguenze a livello di benessere psicologico sui ragazzi per le restrizioni dovute al Covid, soprattutto nel periodo adolescenziale, quello della socializzazione e confronto tra pari, della libertà e dove si richiedono i primi scambi di opinioni, progettazioni. Da ricerche condotte dall’Ordine degli Psicologi sembrerebbe che circa 6 ragazzi su 10 fra i 14 e i 19 anni preferiscano di gran lunga la didattica tradizionale. Oltre il 54% ne ha sofferto e ne soffre molto la mancanza. La scuola è associata a socialità, crescita, confronto; le lezioni a distanza a fatica, stress, noia. La didattica a distanza non attutisce i danni dell’impossibilità di andare a scuola, la scuola in presenza ai ragazzi piace per la socialità, la possibilità di avere un confronto con gli altri e la possibilità di frequentare amici e compagni, che la didattica a distanza non garantisce e tende a far regredire il soggetto a uno stato assimilabile a uno pseudo Hikikimori (non ci si cambia, si vive in casa, si riducono gli impegni e i ritmi circadiani, si vive collegati a smartphone o pc non solo per la Dad, ma anche sui social per tempi lunghi o facendo incetta di serie tv o giochi online)».
 
Quali sono i sentimenti prevalenti?
 
«Sono soprattutto tristezza, malinconia, paura, rabbia e distacco. I sentimenti positivi sono ridotti. Probabilmente, il dato più allarmante è che solo il 2% dei giovani, in questo momento, riferisce di provare gioia o allegria. Un malessere psicologico che deriva dall’isolamento e dalla assenza o carenza delle attività educative ma anche di quelle ludiche e sportive».
 
Aumenta il rischio di abbandono scolastico?
 
«In un rapporto Ipsos commissionato da Save the Children si analizza su un campione di 1.000 studenti un altro aspetto preoccupante, il numero di assenze scolastiche realizzate dagli studenti della fascia 14-18 anni, un dato in aumento che viene così presentato: “Le assenze prolungate sono, di fatto l’anticamera della dispersione scolastica”. Il rischio di abbandono, sempre secondo la ricerca, potrebbe riguardare fino a 34mila ragazzi in Italia».
 
Quali conclusioni trarre?
 
«L’Hikikomori è un fenomeno con chiare radici psicologiche e sociali, ma dai contorni ancora sfumati, che interessa adolescenti o giovani uomini adulti, i quali si orientano verso l’autoisolamento in un contesto di difficoltà di vario genere, spesso psicologiche, dovute ad alti livelli di solitudine e mancato, o erroneo, sostegno sociale. La pandemia ha sicuramente avuto un impatto sui giovani, come del resto su tutti, evidenziando e portando alla ribalta un fenomeno di emarginazione tipico degli adolescenti anche prima che essi avessero la connessione Internet, ma oggi amplificato dall’uso di strumenti informatici e perfino dalla didattica a distanza».
 
Lavinia Rossi
 
LA SCHEDA: Ricercatrice negli Usa sui disturbi del controllo degli impulsi
 
Laureatasi in Medicina e Chirurgia (“Disturbi di panico in comorbidità con disturbo dell’umore”, relatore professor Giovan Battista Cassano), la dottoressa Lavinia Rossi si specializza in Psichiatria nel 2006, con un’esperienza negli Stati Uniti (al Mount Sinai Hospital University di New York), dove ha svolto attività di ricerca su disturbi del controllo degli impulsi (fra cui il gioco d’azzardo. Negli anni di formazione all’Università di Pisa, si è occupata prevalentemente dei disturbi d’ansia e dei disturbi della condotta alimentare. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Neuropsicofarmacologia Clinica nel 2012.