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Scandalo concerie: veleni nell’Usciana tra morìe di pesci, cattivi odori e report impietosi di Arpat

Una morìa di pesci nel canale Usciana di alcuni anni fa: un fenomeno che è salito spesso alla ribalta delle cronache

Viaggio lungo il canale al centro delle indagini della Direzione antimafia che gettano ombre sulla depurazione delle concerie

SANTA CROCE. «Lo stato della qualità delle acque dell’Usciana è sempre stato scadente, almeno a partire dal 2002, sia per effetto dei carichi inquinanti provenienti dalla zona a monte del Padule di Fucecchio sia per gli apporti specifici delle attività conciaria». Recitava così, nel marzo 2014, un documento di Arpat che raccoglieva anni di dati sul fiume. Una fotografia nota a tutti i residenti lungo le sponde dei 25 chilometri del torrente che dal Padule di Fucecchio si getta in Arno a Pontedera passando per Santa Croce, Castelfranco e Santa Maria a Monte. Persone che si sono abituate negli anni a svegliarsi la mattina e ad annusare una situazione che, fra alti e bassi, ha spesso raggiunto vette critiche nell’impatto sulla qualità della vita.

TRE DEPURATORI


Pendice estrema delle Cerbaie, via d’acqua strategica per il comprensorio e per la depurazione, il canale prende il nome di Usciana a partire da Ponte a Cappiano, portando sotto il celebre ponte mediceo il carico idrico già importante della Valdinievole e del Montalbano, “reduci” dai territori delle industrie cartarie e delle imprese vivaistiche. Un pugno di chilometri con ben tre impianti di depurazione, balzati alle cronache giudiziarie varie volte, fino alla recente inchiesta sullo smaltimento. Fra le notizie di reato di questi giorni l’affluente dell’Arno viene citato per un’attività organizzata (questa l’accusa) volta a scaricare in continuo nelle acque, dopo la depurazione, reflui che presentavano ancora livelli di sostante inquinanti superiori ai limiti consentiti, con il conseguente accumulo nel letto del fiume di contaminanti a valle del depuratore Acquarno. Ma non è certo la prima volta che il corso d’acqua finisce al centro di procedimenti giudiziari. Sono del 2012, infatti, le indagini della guardia di finanza che portarono all’accusa ai vertici del Consorzio conciario di Fucecchio, che gestiva il depuratore di Ponte a Cappiano, di aver favorito lo sversamento per almeno sei anni (dal 2006 al 2012) di acque non correttamente depurate, per un totale di 5 milioni di metri cubi di liquami. Processo che portò nel 2018 alla condanna del presidente e del direttore del consorzio.

ACQUE SCURE

Dalla frazione fucecchiese, poi, si procede in direzione Santa Croce, dove appunto si trova il depuratore Aquarno. È proprio qui che spesso si palesano i problemi che, anche quando non costituiscono motivo d’indagine, hanno fatto dannare ambientalisti e residenti. Cattivi odori che spesso investono anche la vicina Castelfranco, dove un altro impianto di depurazione in passato ha fatto parlare per i lunghi lavori di copertura delle vasche con conseguenti prescrizioni di Arpat per i processi di ossidazione che producevano vapori nauseabondi. «Con la nuova proprietà e i lavori che attendevamo da tempo la situazione negli ultimi anni è un po’ migliorata – racconta Giovanni Pulicano, residente vicino a via Usciana a Castelfranco e storico membro del locale Comitato Antinquinamento –. Dopodiché i cattivi odori, pur meno frequenti, continuano, specie la sera e la mattina presto». Acque storicamente “scure” (da queste parti secoli fa la via Francigena passava per una località nominata “Acqua Nigra”) ma che troppo spesso hanno sperimentato varie tonalità. «Certe volte nel giro di poche ore si passa dal nero al verde e viceversa – racconta Dino, altro residente della zona. – fino al più preoccupante color tabacco».

I TEMPI DELLA PESCA

In estate, poi, complice anche l’abbassamento dei livelli dell’acqua, il fiume rischia spesso di diventare una tomba: si segnalano almeno 7 grandi morie di pesci in 20 anni. Fenomeni che a onore del vero spesso sono stati legati dagli analisti alla cattiva ossigenazione dell’acqua, che dovrebbe però essere garantita da impianti (pubblici) in passato segnalati per malfunzionamenti e spegnimenti duraturi. «Una volta, tanti anni fa, ci pescavano. Altri tempi...» ricordano con una certa nostalgia i più vecchi residenti della vicina via Lungomonte. «Oggi tartarughe ne vediamo tante, tantissime. Ma pesci pochi racconta – dice Rossella Ferri, residente al confine fra i due comuni –. Le nutrie invece sono sparite da qualche tempo. I cattivi odori, seppure con meno frequenza, resistono».

MENO SEGNALAZIONI

Molto frequenti in passato, le segnalazioni ad Arpat sullo stato delle acque si sono negli anni diradate: appena 6 negli ultimi cinque anni (escludendo quelle per i cattivi odori o legate alle attività di depurazione). Il restante monitoraggio è affidato alle centraline del telerilevamento. «Ci sono stati anni in cui scrivevamo ad Arpat sistematicamente, anche per esercitare un controllo – racconta Enzo Caroti, santamariammontese, già assessore all’ambiente nel suo comune e autore di innumerevoli richiami all’Agenzia regionale per la protezione ambientale –. Questa catena purtroppo nel tempo si è spezzata». —

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