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Scandalo concerie, il torrente Usciana e quei numeri sballati da far tornare nei controlli

Lo scarico delle acque reflue di Aquarno nel canale Usciana

Nella maxi inchiesta le telefonate tra la responsabile dei laboratori Aquarno e una tecnica esterna: «Quante volte li abbiamo rifatti»

SANTA CROCE. Se le analisi non tornavano venivano fatte rifare. E rifare. Finché il risultato non era quello sperato. Così, secondo i magistrati della Direzione distrettuale antimafia, i vertici del consorzio Aquarno avrebbero truccato i risultati delle sostanze rilasciate nel canale Usciana, quelli connessi alla lavorazione dei materiali all’interno del depuratore. “Un’azione costante di falsificazione di certificati”, viene definita nell’ordinanza della gip Alessandra Zatini.

Emblematica a tale riguardo è una conversazione intercettata tra Cristina Brogi, capo impianto trattamento acque del consorzio Aquarno, e una donna che lavora per Labostudio, laboratorio di analisi esterno che svolgeva attività di supporto analitico per il consorzio. Arpat invece svolgeva campionamenti e analisi degli scarichi ogni 15 giorni.


Il 16 luglio le due donne parlano al telefono della metodica di analisi dei campioni raccolti sull’Usciana. Si sentirebbe Brogi dichiarare: «No ma poi c’è un antefatto, cioè con te se c’era un numero che non tornava, no, quante volte s’è rifatto i certificati». L’interlocutrice risponde: «Oh un lo so, oh un lo so!». Aggiungendo poco dopo: «Ma poi lo vedevo io se c’era qualcosa che non andava bene, il risultato magari lo rifacevo o ti chiamavo». E chiudendo: «Ma poi il finale è sempre venuto bene eh, sinceramente». Con Brogi che confermerebbe: «Ma voglio dire, se c’è una cosa che non va, si guarda insieme».

Secondo la procura i referenti di Aquarno per i laboratori esterni erano Brogi e Nicola Andreanini, direttore del settore trattamento acque di Aquarno.

Per i magistrati questa conversazione, più estesa dei brani che qui riportiamo, è “esplicita, in riferimento alla nuova emissione di certificati, nel caso in cui i valori ottenuti in prima battuta non fossero ritenuti soddisfacenti dagli addetti al depuratore”. Una pratica “consolidata”, come sarebbe comprovato “dalle lamentele formulate dalla Brogi in relazione a una addetta al laboratorio che non rifaceva il certificato prontamente”. Ad agosto dello stesso anno, dopo una mail del laboratorio, c’era uno scambio di sms tra Andreanini e Brogi. Il direttore avrebbe suggerito di effettuare un’altra analisi su un campione per lo zinco, “in modo tale da escludere che non si trattasse di un campione anomalo”, scrive la gip. Brogi, qualche giorno dopo, avrebbe sentito il laboratorio, che avrebbero confermato che sulle analisi di un cassone, il numero otto, sarebbero risultati dei valori di zinco molto alti. “Brogi suggeriva di analizzare ancora il campione – scrive la gip – precisando che per il numero otto aveva fatto un campione del cassone che era stato campionato da Arpat e che il cassone numero nove non aveva mandato il campione ufficiale Arpat, ma aveva mandato quello fatto da loro”. Dal quale sarebbe emerso che non c’era superamento.

Questi interessamenti, ad avviso di chi indaga, mostrerebbero “la volontà di risolvere il problema della concentrazione di sostanze, diversa da quella attesa nei campioni analizzati, reiterando l’analisi: ed è evidente che una simile richiesta, senza essere corredata da alcuna indicazione o discussione circa i reali effettivi motivi di un possibile errore delle prime analisi non favorevoli a Aquarano, e men che meno circa gli inconvenienti o cattive prassi da rimuovere, trova ragione soltanto nella volontà di manipolare il risultato dell’analisi, mediante una nuova verifica”. —

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