Confiscate in Toscana due ville del boss Felice Maniero

Una si trova a Santa Croce sull'Arno, l'altra in Versilia. Acquistate con i soldi riciclati dall'ex cognato di "Faccia d'angelo", dentista di 64 anni di Fucecchio

SANTA CROCE. Una villa nella campagna di Santa Croce sull’Arno, con terreni e boschi a corredo, e una a Pietrasanta. Immobili di pregio comprati, secondo l’accusa, con i soldi riciclati provenienti dall’allora boss della Mala del Brenta, Felice Maniero.

Le due ville sono state confiscate al proprietario, l’ex cognato di “Faccia d’angelo”, il dentista Riccardo Di Cicco, 64 anni, di Fucecchio e sui registri delle conservatorie immobiliari ora fanno capo all’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Sono immobili per i quali lo Stato dovrà adesso pensare a una destinazione d’uso con una finalità sociale e di interesse collettivo. Quello che è stato comprato e ristrutturato con i soldi di rapine, estorsioni e spaccio di droga nel passaggio alle istituzioni avrà la sua “purificazione” a vantaggio del bene comune. Il dottor Di Cicco, reo confesso di riciclaggio del cash portato a casa dal cognato, in appello è stato condannato a 4 anni. Per i giudici la sproporzione tra i suoi redditi leciti e le operazioni immobiliari finanziate dal fratello dell’allora moglie giustificano la confisca.


La villa a Santa Croce

La villa in via di Poggio Adorno era intestata a Di Cicco e alla moglie, poi ex, Noretta Maniero, sorella di Felice. Era stata acquistata il 27 settembre 1989 per 160 milioni di lire, versati in contanti, e ha subìto significative ristrutturazioni fra il 1990 e il 2006, per un costo superiore ai 600 milioni di lire, tutti pagati in contanti. La Cassazione ha confermato la misura patrimoniale disposta dalla Corte d’Appello «rilevando come l’acquisto dell’immobile di Santa Croce all'Arno, nel 1989, sia avvenuto in un momento di conclamata pericolosità sociale di Maniero, così come i costosi lavori di ristrutturazione fra il 1990 e il 2006, mentre nulla permette di ritenere che Di Cicco fosse in possesso delle risorse necessarie per acquistare e migliorare l’edificio». Il dentista ha iniziato l’attività professionale nel 1984 «e non è stato in grado di dimostrare né che dopo appena cinque anni avesse la disponibilità di 160 milioni di lire in contanti, né che negli anni immediatamente successivi fosse nell’autonoma condizione di disporre di oltre 500 milioni di lire per la prima e più costosa ristrutturazione dell’edificio – scrive la Cassazione –. È peraltro contraddittorio per un verso ammettere la ricezione di somme cash dall’ex cognato, (11 miliardi di lire, ndr) e poi negare la sperequazione rispetto ai redditi lecitamente percepiti per i periodi in esame, che ammontano per il 1985/89 in 108 milioni di lire circa e per il 1990/94 in 269 milioni circa di lire (meno della metà di quanto impiegato solo per l'acquisto e la prima ristrutturazione)».

La villa a Pietrasanta

In via Piave a Marina si trova l’altro immobile di pregio confiscato. I coniugi Di Cicco lo avevano comprato nel luglio 2004 versando un milione e 20mila euro. Anche per questa villa il futuro è quello al servizio della collettività.