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Al processo: «Ero innamorata e anche depressa, ecco come lui mi ha preso tutti i soldi»

Parla in aula la donna illusa da un collega del marito. «Mi diceva che era separato e voleva comprare una casa per noi»

SANTA CROCE. Ci sono le debolezze di una persona fragile e indifesa. La vulnerabilità di una donna colpita da una depressione che pensava di poter risolvere appoggiandosi senza alcun filtro a quell’uomo che si era presentato come amico e confidente. E anche amante pronto alla convivenza. La realtà era ben diversa come ha raccontato ieri mattina nell’aula di Tribunale la 61enne, dipendente del pubblico impiego in provincia, parte civile in un processo in cui sono imputati marito e moglie. Lui per circonvenzione d’incapace e lei per riciclaggio.

Sono accusati di aver preso con l’inganno almeno 70mila euro alla donna illusa di aver trovato una persona con cui vivere una storia d’amore. E questo nonostante fosse sposata. «In quel periodo ero più innamorata di lui che di mio marito, ma poi ho capito che mi ha messa in mezzo» si è sfogata davanti al primo collegio del Tribunale (presidente Bufardeci, a latere Messina e Mirani) e al pm Giovanni Porpora. Non erano presenti i due imputati, Arben Tina, 46 anni e Sara Grilli, 29, residenti a Santa Croce sull’Arno, difesi dall’avvocato Alessandro Niccoli. La donna si è costituita parte civile con l’avvocato Francesco Di Sandro. «Con Arben ci siamo conosciuti al battesimo del figlio di un collega di mio marito – ha esordito la dipendente pubblica, assunta come categoria protetta –. Era il 2015. Ci siamo conosciuti e frequentati come amici. Mi veniva a trovare sul posto di lavoro dicendomi che era in lite con la moglie e che dopo la separazione viveva in un camper». I primi soldi vennero chiesti per riparare il camper, così sosteneva nelle sue richieste Arben. E la donna apriva il portafogli. Nel tempo era arrivata anche a consegnargli 4mila euro della caparra per la vendita del 50 per cento della proprietà di un’abitazione ereditata.


«Lui mi diceva che dovevamo andare a vivere insieme e che dovevamo comprare una casa – ha proseguito la teste –. Una volta me la fece anche vedere. “Vedi, quella sarà la nostra casa”. Ma non era vero. Mi ha messo di mezzo». Dopo aver aperto un conto corrente alle poste per farsi accreditare lo stipendio, la donna ogni mese consegnava i soldi in contanti a quello che pensava essere il suo spasimante. Arrivò anche a intestarsi un finanziamento per 20 mila euro di cui ancora sta pagando le rate.

Successe poi che dopo la vendita della quota ereditata, la 51enne fu consigliata dall’imputato ad aprire un conto corrente in banca. Il 31 gennaio 2017 la donna firmò un assegno di 20mila euro a favore di Sara Grilli e il 2 febbraio un altro cheque di 10mila euro sempre intestato alla moglie di Arben. La difesa dei coniugi ha prodotto un documento. Si tratta di una donazione per 30 mila euro a favore della figlia della coppia sotto processo. «Arben venne a trovarmi sul posto di lavoro – è stata la spiegazione della parte offesa –. Mi disse di copiare un testo e di firmarlo. Io lo feci. Lo ripeto, stavo attraversando un periodo di depressione». La fine dell’illusione e dei versamenti a fondo perduto al sedicente innamorato arrivò nel luglio 2017. «Le mie colleghe sapevano – ha concluso –. Mi convinsi che ero stata raggirata e ne parlai anche mio marito. Andai dall’avvocato per denunciarli e da allora non li ho più sentiti». —

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