Quando Capannoli conquistò la maglia rosa col marchio Ferretti, la sua azienda-modello

I fratelli Pettersson con la maglia della Ferrett

Nel 1971 lo svedese Gösta Pettersson trionfò al Giro d’Italia con il team diretto da Alfredo Martini che mise tutti in riga per quattro stagioni  

CAPANNOLI. Una corazzata. Un nocchiero d’eccezione quale fu Alfredo Martini. Il grande direttore sportivo poi il grande commissario tecnico, il grande gregario di Coppi e poi il grande conoscitore del ciclismo, il grande vecchio che parlava e sapeva farsi ascoltare dai giovani. Con grande umiltà e competenza. La corazzata fu la squadra di ciclismo professionisti Ferretti. Sede a Capannoli, successi globali sulle strade, come si direbbe oggi, dal 1969 al 1972.

Nel suo organico quattro fratelli svedesi: ovviamente biondi, abbastanza allampanati e con la faccia alquanto spigolosa. Gösta, Erik, Sture e Tomas, tutti Pettersson. Pedalavano forte, eccome pedalavano. Nel 1970, a trent'anni, quando tutti i fratelli erano pronti, e decisero per il passaggio ai professionisti, Gösta disse di sì alle avances di Alfredo Martini. Gösta, non il più forte, il più intelligente, come più tardi ebbe a scrivere Giovanni Battistuzzi parlando del romanzo familiare dei Pettersson.


Quattro fratelli in sella, e quattro fratelli al timone della società Ferretti: costruiva cucina componibili. Buone cucine componibili. Sul finire degli anni Cinquanta, quando gli economisti vedono nero sul futuro dei prodotti italiani, quasi fiutando le considerazioni degli esperti, la Ferretti, con le sue cucine e (ma si occupava anche di agricoltura e più tardi di agriturismo) cominciò a fare concorrenza ai tedeschi su quel terreno molto particolare, andando perfino a infastidire i tedeschi negli Stati Uniti. A Capannoli, pensarono alla bici per farsi conoscere con quella corazzata che fece sognare gli appassionati del pedale. Vestita di bianco-azzurro-blu, quella formazione portò sulle strade la concorrenza commerciale con gli altri grandi marchi dell’arredamento da cucina: le emiliane Scic, Salvarani su tutte.

Nel 1971 Gösta vinse il Giro d’Italia. La decisione di Eddy Merckx di non partecipare alla corsa sembrava spalancare la strada a Felice Gimondi. Ma il campione di Sedrina aveva la schiena messa male e un ginocchio ancora peggio. Allora le attenzioni si spostarono su Claudio Michelotto, un lottatore. A Casciana Terme si ritrovò in rosa. E con i colori del primato partì anche da Lienz verso Falcade, con il Tre Croci, il Falzarego, il Pordoi. Proprio lì Pettersson decise di andare all’attacco. Michelotto sparì, Enzo Moser si staccò, gli altri non pervenuti. Sull’ammiraglia Alfredo Martini annusava già che il rosa sarebbe stato il vestito da portare a Milano, una pedalata dietro l’altra, in progressione.

Gösta Pettersson vinse, percorrendo i 3.567 km di quell’edizione in 97 ore 24 minuti e 3 secondi; secondo classificato Herman Van Springel a 2 minuti e 4 secondi; terzo Ugo Colombo a 2 minuti e 35. L’anno prima fu secondo al Tour. Alla guida dell’ammiraglia quel Franco Vita, oggi 88 anni, che per 46 anni ha seguito Martini in tutte le gare, diventando poi un factotum della nazionale italiana anche con gli altri cittì Antonio Fusi, Franco Ballerini, Paolo Bettini, Davide Cassani. Un impareggiabile quanto umile ambasciatore del ciclismo. Per anni ha abitato anche lui a Capannoli, ora è a Vecchiano dove nacque.

Hanno vestito la maglia della Ferretti anche il passistone belga Albert Van Vlierberghe e il livornese Mauro Simonetti che si aggiudicò anche la Coppa Agostoni nel 1972. E poi ancora Wilmo Francioni, che nel 1972 ebbe il suo anno magico con due tappe al Giro d’Italia e il Trofeo Laigueglia; infine Gianni Motta, trionfatore del Giro d’Italia 1966 su Italo Zilioli. Nomi che fanno tremare chi ha i capelli bianchi.

La Ferretti a fine 1972 decise che il ciclo era all’epilogo ritirando la sponsorizzazione che venne rilevata da un’altra azienda toscana, l’empolese Sammontana. Un po’ come oggi ha fatto la Ineos con il Team Sky.

La guida allo shopping del Gruppo Gedi