Il tartufo da record vola a Hong Kong: "È uno dei mercati che sta resistendo"

La pepita di 761 grammi trovata dalla Savini tartufi finisce in Oriente: «L’epidemia da Covid ha cambiato gli equilibri»

Quella pepita che profuma di bosco è figlia della stessa quercia che nel 2007 permise a Luciano e Cristiano Savini di portare alla luce un tartufo bianco da un chilo e 497 grammi. Un tubero da record battuto poi all’asta per 330mila dollari e che, dai boschi di Palaia, era arrivato fino a Macau. Con il miliardario cinese Stanley Ho a battere, a colpi di rialzo, la concorrenza del figlio di uno sceicco. Una svolta per una tradizione familiare, quella dei Savini, che dal 1920 ha avuto in quel momento una delle sliding doors più importanti. Sbarcando con forza su un panorama internazionale poi coltivato e sviluppato al punto da far diventare il marchio di Forcoli conosciuto in tutto il mondo.

Per questo il “figlio” di quel supertartufo permette di aprire uno spiraglio di speranza in un anno difficilissimo per tutto il settore a causa della pandemia da Covid-19. Cristiano Savini, infatti, sempre sotto la stessa quercia che aveva donato il tartufo da un chilo e mezzo, ha questa volta estratto un altro tartufo bianco da ben 761 grammi. E anche in questo caso il prezioso tubero è finito a oriente, venduto al ristorante Otto e Mezzo dello chef stellato Umberto Bombana a Hong Kong, un mercato che tiene nonostante la pandemia.


«Per il 65-70% noi lavoriamo con clienti esteri e la situazione che si sta vivendo tra Stati Uniti, Paesi Bassi, Inghilterra, Francia e Germania, con varie misure restrittive e lockdown nazionali o locali, sta ovviamente creando non poche problematiche anche alla nostra azienda – ammette Cristiano Savini –. La nostra fortuna è di avere sviluppato negli ultimi anni uno stile internazionale che ci permette di gestire anche contrazioni, come quella di quest’anno che si aggira intorno al 40%, senza troppi affanni».

Il tartufo bianco trovato nei boschi di Palaia, sulla via che porta a Volterra, è un segno positivo in una stagione da dimenticare. «Si tratta del record stagionale visto che settembre, e anche parte di ottobre, hanno avuto un clima con temperature alte, anche di prima mattina, che rendono ancora più difficile un ritrovamento come quello di alcuni giorni fa – spiega ancora Savini –. Un altro tubero ha preso ancora la direzione di Macau, mentre un altro mercato che sta tenendo ancora bene è quello di Australia e Oceania».

Le chiusure dei ristoranti alle 18 proprio all’inizio della stagione migliore per la raccolta e vendita dei tartufi ha, ovviamente, creato non pochi problemi alle aziende come Savini. Che hanno saputo, però, andare oltre anche ai vari Dpcm di queste settimane. «Negli ultimi anni, per dare forza e spingere il nostro brand, salivamo con la nostra valigia e i nostri prodotti su una serie di voli e andavamo all’estero per promuoverci – racconta il titolare dell’azienda a trazione familiare –. Con il coronavirus tutto questo è stato impossibile, per questo siamo tornati a rivolgerci a un mercato più locale e prettamente italiano. Siamo letteralmente tornati alle botteghe di quartiere, piccole realtà ma ben radicate nel territorio. In particolare ci siamo mossi a nord, in città come Alba, Parma, Bologna, Verona con tutto il loro territorio provinciale. Per noi è stato come tornare alle buone vecchie abitudini, ma il nostro mercato principale resta l’estero».

Ritorno al passato perché anche il capostipite dei Savini, Zelindo, era partito proprio da una bottega. Trasformata in un brand internazionale dalle nuove generazioni, celebrato anche dalla prestigiosa rivista Forbes, e che oggi fattura 11 milioni di euro ogni anno e ha 22 dipendenti diretti. –



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