Perito assicurativo condannato per tentata estorsione a un collega

Il processo è nato per un contenzioso legato al mancato risarcimento di un sinistro stradale

Aveva bruciato l’auto al cugino del liquidatore di un sinistro che l’imputato pretendeva di incassare. Pena di 2 anni e 8 mesi

CASCINA. Pretendeva il pagamento di un danno dopo un incidente stradale, ma al no dell’assicurazione che riteneva i danni fasulli aveva reagito con minacce e intimidazioni verso il liquidatore del sinistro.

Era lui il “colpevole” per Giovanni Mannino, 50 anni, perito assicurativo, originario di Cascina e residente a Colle Valdelsa.

Lo aveva talmente in odio che un giorno arrivò a volergli bruciare la macchina, una Toyota Yaris che, però, apparteneva a un cugino.

Ora la Cassazione ha reso definitiva la sentenza a 2 anni 8 mesi per tentata estorsione e danneggiamento a seguito di incendio. E a pagare i risarcimenti alle parti civili assistite dall’avvocato Daniele Chiezzi. Il suo ricorso contro la sentenza d’appello che confermava quella di primo grado è stato dichiarato inammissibile. La sua tesi era quella di derubricare il reato da tentata estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni. Scrivono i giudici della Suprema Corte: «Risulta accertato che Mannino ha posto in essere una serie di condotte violente e minacciose nei confronti del liquidatore del Gruppo Assicurativo Generali al fine di ottenere la liquidazione di un preteso risarcimento da sinistro per l’ importo di 20mila euro, dando anche fuoco all' autovettura Toyota Yaris di proprietà di un congiunto dello stesso liquidatore».

Per la difesa «era pacifico che l’imputato aveva agito chiaramente con la convinzione che era un suo diritto ottenere il risarcimento del danno dalla compagnia assicurativa e che non era emersa prova alcuna della falsità del sinistro, lungi dall’essere animato dall’elemento soggettivo di perseguire un ingiusto profitto aveva posto in essere delle condotte per recuperare il denaro che egli riteneva dovutogli, sicché doveva certamente escludersi una condotta estorsiva, a nulla rilevando la circostanza che le minacce e le violenze erano state indirizzate ad un liquidatore atteso che egli rappresentava a tutti gli effetti la compagnia assicurativa». Un’interpretazione dei fatti che la Cassazione ha bocciato. «Mannino non vantava alcun diritto da azionare giudizialmente nei confronti del liquidatore, potendo agire esclusivamente nei confronti della compagnia assicurativa in persona del suo legale rappresentante pro-tempore» concludono gli ermellini.


 

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