Omicidio Marchesano, lo sfogo della mamma: «Scotto aveva pianificato di uccidere mio figlio con lucidità»

Dopo l’assoluzione (in primo grado) dell’imputato per vizio totale di mente e in attesa dell’appello parla la mamma di Giuseppe Marchesano, ucciso in casa dall’amico quasi due anni fa

Forse, per raccontare questa storia e descrivere il rapporto fra questa madre e il suo primogenito che non c’è più, basterebbe dare un’occhiata al suo profilo Whatsapp: foto con il figlio Giuseppe in uno dei tanti momenti felici trascorsi assieme e una frase semplice quanto potente, "Ti amo". Giuseppina De Filippi, 49 anni, è la madre di Giuseppe Marchesano, il giovane ucciso con 11 colpi di pistola nella sua casa di Casteldelbosco da quello che credeva essere un amico: il coetaneo Danny Scotto di Chiesina Uzzanese.

L’omicida è stato riconosciuto totalmente incapace di intendere e di volere (in primo grado) e gli è stata inflitta (con rito abbreviato) una condanna a 24 anni di permanenza in una Rems, una di quelle strutture "figlie" dei vecchi ospedali psichiatrici. Una sentenza che non dà pace a Giuseppina, che popola i suoi incubi giornalmente e non le consente di individuare un equilibrio nella sua nuova "vita", dove l’amato Giuseppe non c’è più.

Giuseppina ha voglia di sfogarsi, di appellarsi per chiedere una giustizia "giusta" in vista di quello che sarà il processo d’appello, dopo che la Procura ha fatto ricorso contro la sentenza di primo grado; non vuole nessun risarcimento in denaro, perché «quello che è stato Giuseppe non può essere quantificato economicamente».

Chiede, però, che venga riconosciuta la premeditazione nell’agire di Danny Scotto, che a dire della madre della vittima aveva pianificato tutto, a partire dal conseguimento del porto d’armi ad uso sportivo e dal conseguente acquisto della pistola. Giuseppina coltiva il ricordo di suo figlio giornalmente, porta con sé anche il biglietto da visita di Giuseppe, tecnico per l’assistenza dell’azienda tedesca Jungheinrich, che produce carrelli elettrici. Un biglietto che ci mostra, sforzandosi di non piangere ulteriormente; ma poi non ci riesce, perché le foto di Giuseppe che ride, pesca, va sul quad o in moto con gli amici sono delle coltellate.

A Giuseppina, all’ex marito e ai tre figli nati dai suoi due matrimoni sono rimasti soltanto i ricordi, immobili in quelle fotografie. La "verdona", cioè quella Kawasaki Ninja che «Giuseppe si sarebbe portato anche in camera» è ancora lì, nessuno l’ha più accesa dal 9 novembre 2018.

Un po’ come quando si lascia intatta la cameretta del figlio quando questo va a vivere da solo, con quella speranza tipica del genitore di aver il figlio sempre accanto.

La donna, che ha un’impresa di pulizie, va al lavoro ogni giorno ma fondamentalmente non pensa ad altro da quel maledetto venerdì. Anche farle delle semplici domande, chiederle del suo Giuseppe, è un gesto che balla sull’equilibrio sottile fra diritto di cronaca e rispetto di un lutto che non può avere né argini né spiegazioni. Ma Giuseppina ha deciso di fare qualsiasi cosa pur di conquistare quella giustizia che chiede per Giuseppe.

Lo fa raccontando anche dell’omicida, sorretta dall’amica e collega Giada: «Lui e mio figlio si erano conosciuti all’Istituto Agrario a Pescia, poi mio figlio ha cambiato quasi subito indirizzo ed è andato a studiare meccanica a Fucecchio. Erano rimasti in buoni rapporti e si vedevano di frequente: Giuseppe cercava di spronarlo a superare le sue difficoltà, ma vedeva che l’altro non si smuoveva e continuava a lamentarsi della sua condizione. Provava a farlo uscire, ma lui spesso si presentava a casa nostra e poi in quella di Giuseppe senza preavviso, pretendendo di rimanere lì con lui. Mio figlio, negli ultimi tempi, iniziava a voler mettere un punto a questo rapporto. Ma nessun segnale, però, aveva fatto presagire un finale del genere. Anche perché mio figlio ha aperto a Scotto quella sera senza nessun problema, segno che si fidava».

Poi il tragico epilogo: Scotto scarica addosso a Marchesano 11 colpi (2 caricatori della sua 357 Magnum, una pistola che sfregia, lacera e uccide contemporaneamente), inchiodandolo al divano di casa. Subito dopo raccoglie i bossoli e il giorno successivo va ad esercitarsi al poligono di tiro, come se non fosse accaduto niente.

È soltanto grazie al certosino lavoro dei militari dell’Arma che Scotto viene individuato nei giorni successivi. «Mi chiedo - prosegue la mamma - come si possa ritenere che Scotto fosse incapace di intendere e volere in quei momenti. Nella sua storia personale non ci sono episodi particolari, il suo medico di famiglia l’ha sempre ritenuto sano e non ha mai consigliato consulti psicologici o psichiatrici; e poi quella necessità di prendere il porto d’armi e acquistare una pistola, il tutto poche settimane prima dell’omicidio di mio figlio. Senza dimenticare che è andato a casa di Giuseppe con la pistola, due caricatori e un fucile in auto: cosa voleva fare se non ucciderlo? Per me aveva pianificato tutto e non avrò pace finché non sarà riconosciuto che aveva organizzato tutto questo lucidamente per compiere l’omicidio».

Giuseppina tira fuori le foto della comunione di Giuseppe, celebrata nella chiesa di Massarella e lascia andare l’ondata dei ricordi: «Giuseppe era un grande appassionato di pesca che condivideva col suo amico Marco. C’era un’esca, che a Marco portava sempre fortuna e che Giuseppe voleva avere. Così Marco ha deciso di deporla sulla sua tomba, cosicché rimanesse sua per sempre. Sono piccoli gesti che dimostrano che ragazzo fosse mio figlio, un pilastro che manca terribilmente alla sua famiglia; io ho avuto delle difficoltà economiche e lui era il primo ad aiutarmi. Mi diceva "Mamma, tu da quando hai 19 anni ci sei sempre stata per me, adesso è giusto che ci sia io per te"». Avanti così, senza riuscire a fare una domanda che non tocchi la ferita nel punto più doloroso: «Un incidente o una malattia combattuta in tutti i modi, puoi forse anche accettarli e prendertela con la casualità. Ma vedere un figlio ucciso in quella maniera è un qualcosa che mi mangia dentro; quella sera - prima che Scotto andasse a casa di Giuseppe - ci parlammo telefonicamente e ci salutammo come sempre. Da madre è terribile il rimpianto di non averlo potuto salutare come si deve...».

C’è un libro, dello scrittore napoletano Lorenzo Marone, che si intitola "Inventario di un cuore in allarme": racconta il suo rapporto con l’ansia e con l’ipocondria, che alla fine non gli fanno vivere la vita appieno perché potrebbe accadere qualcosa di brutto da un momento all’altro. Ma sul finale l’autore ammette che la morte quando arriva scombina qualsiasi piano - anche quello congegnato meglio - e che di conseguenza è giusto godersi ogni istante per quello che è, non può quello che è stato (che non si può cambiare) né per quello che sarà (non siamo onnipotenti ed è impensabile programmare tutto ciò che ci accadrà).

Insomma come faceva Giuseppe, che viveva la sua quotidianità godendosi le sue passioni (la moto, i giri nel fango col quad, le giornate passate a pescare) apprezzando i momenti passati con gli amici e con i familiari. Non sapeva - e non poteva saperlo - che sarebbe diventato protagonista di un tremendo episodio di cronaca. Adesso la madre chiede giustizia per lui: quando scaricò undici colpi di pistola sull’amico contro cui si accanì anche da morto, Danny Scotto (per la sentenza di primo grado del Tribunale di Pisa) non era in grado di capire quello che stava facendo. Un blackout mentale completo che nel verdetto del giudice diventa una causa di non imputabilità perché l’omicida era "totalmente incapace di intendere e di volere" (sulla base della perizia della psichiatra Alberto Petracca, nominato dal gup Giuseppe Laghezza).

Ciò vuol dire impossibilità di andare in carcere, per la disperazione di Giuseppina, che non contesta la sentenza ma che spera che in secondo grado il verdetto cambi. Non c’è ancora una data per la prima udienza del nuovo processo e l’emergenza Covid potrebbe ulteriormente dilatare i tempi. Nel mezzo rimangono le lacrime di una madre, a cui non è rimasto altro che guardare delle foto e stringere un biglietto da visita come se fosse la cosa più preziosa del mondo.

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