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Zerocalcare: «Basta con la retorica, eroi e santi non esistono»

Zerocalcare, all’anagrafe Michele Rech, autore della mostra “Senza santi, senza eroi” nel Palazzo Pretorio di Peccioli

Il noto disegnatore protagonista della mostra nel Palazzo Pretorio di Peccioli: «Dopo la pandemia i poveri sono diventati e stanno diventando sempre più poveri». E promette un blitz in Valdera: «Prima della conclusione della mostra verrò. Adoro i luoghi in cui si riscopre il senso di comunità»  

PECCIOLI. Grazie all’“intercessione” della Fondazione Peccioliper e della curatrice della mostra Silvia Barbagallo riusciamo a “beccarci” con Zerocalcare poco prima che l’artista faccia il suo ingresso nello studio televisivo di “Propaganda Live”, dove ha presentato i suoi nuovi lavori in esposizione in Alta Valdera. Peccioli dallo scorso 30 maggio ospita infatti “Senza santi, senza eroi”, la mostra dell'artista romano visitabile fino al 20 settembre nel Palazzo Pretorio.

L’idea della mostra di Peccioli è nata durante l’emergenza sanitaria oppure risale a prima della pandemia?


«In realtà era stata programmata da tempo. Sarebbe dovuta rientrare nella rassegna “Pensavo Peccioli” di cui è direttore artistico Luca Sofri. Quindi, era pronta prima che scoppiasse la pandemia. Ora, con il ritorno graduale alla normalità, abbiamo deciso di mantenerla e di aprirla. Non appena è stato deciso che i musei potessero riaprire, l’abbiamo inaugurata».

È mai stato a Peccioli?

«No, non conosco Peccioli. Non ci sono mai stato. So che è un posto delizioso. Ci sarei dovuto venire il giorno dell’inaugurazione, ma poi questa maledetta epidemia ha rovinato tutti i programmi. Sicuramente verrò prima del 20 settembre, giorno in cui la mostra chiuderà».

Ma davvero, secondo lei, non esistono né santi né eroi?

«Sui santi e sugli eroi c’è sempre stata parecchia retorica. C’era prima della pandemia, c’è a maggior ragione ora. Ma sia che i santi che gli eroi sono lontani anni luce dal mio lavoro, che è sempre stato incentrato su persone super comuni. Mi piacciono i soggetti che lottano quotidianamente per sopravvivere, secondo un’etica ben precisa, esemplare».

Quali spunti offre la sua nuova mostra?

«Ci sono molti manifesti a carattere pop, ma anche approfondimenti su personaggi come Gaetano Bresci, Joe Strummer, il leader dei Clash, o il cantante dei Nirvana Kurt Cobain. Oppure il tirannosauro di Jurassic Park, che campeggia anche nella locandina della stessa mostra».

Quali sono, secondo lei, le conseguenze economico-sociali “prodotte” dalla pandemia?

«In generale, le categorie maggiormente tutelate già prima, coloro cioè che avevano un contratto, hanno cercato di tamponare la situazione. E più o meno sono rimaste a galla. I più giovani, invece, soprattutto i precari e i lavoratori a nero, stanno andando a fondo. Non rientrano in nessun decreto e anche se gli sono arrivati seicento euro ci pagano a malapena una quota d’affitto. Vedere e sentire la gente che si sta indebitando ulteriormente con le banche mi strazia proprio. In sostanza, questa pandemia ha peggiorato ancora di più la situazione: i rapporti nella società sono rimasti inalterati, coi ricchi che vengono rimborsati, la classe media che viene aiutata a galleggiare e coi poveri che sono diventati e stanno diventando sempre più poveri».

Ma culturalmente abbiamo imparato qualcosa?

«Anche a livello culturale non ne usciamo migliori. Basta vedere il fenomeno della delazione e tutto quello che è successo coi cosiddetti “assembramenti” da scongiurare. Tutti noi abbiamo visto droni che rincorrevano le persone e gli sceriffi di casa nostra che dai terrazzi chiamavano la polizia. Tutto questo non ci ha fatto bene. Anzi, ci ha fatto malissimo».

Qual è il messaggio che vorrebbe fosse raccolto dopo la visita alla mostra?

«Vorrei che si cogliessero certe contraddizioni che sono nella mostra e che, in fondo, sono in ogni essere umano. La retorica dei santi e degli eroi dovrebbe colpire. Senz’altro, se la mostra fosse stata messa a punto dopo la pandemia, questo aspetto l’avrei potuto sviscerare molto di più».

I suoi lavori possono in qualche modo contribuire a rafforzare il concetto di comunità?

«Il concetto di comunità è fondamentale. Purtroppo, spesso non viene messo adeguatamente a fuoco. Ecco perché sono contento che per questa mia mostra sia stato scelto un luogo come Peccioli, nella provincia pisana, lontano dai luoghi classici come Roma o Milano».

Ma lei vuole essere sempre definito un fumettista? O preferisce altri termini?

«Perbacco, sono e rimango un fumettista. Non voglio essere chiamato in nessun altro modo. Forse, ora che ci penso, anche runner».

Quindi, in questi mesi, si sarà imbattuto in qualche drone...

«No, per fortuna. Non li ho mai incontrati sulla mia strada». —