Assana ce l’ha fatta: "So fare il contadino così potrò aiutare la mia gente in Guinea"

Da sinistra Assana Djau e Roberto Cantini

Pontedera: arrivato in Italia tre anni fa e aiutato da un dipendente comunale, il 22enne ringrazia chi gli ha teso una mano

PONTEDERA. Un pallone, un dizionario e i pomodori. Cosa tiene insieme questi oggetti? Un filo lungo 6mila chilometri. Da Pontedera a Bafatà. Dal cuore della Valdera alla seconda città più importante della Guinea Bissau, nell’Africa occidentale.

«C’è sempre molto caldo, c’è il mare e il clima è perfetto. Ma lì non esiste la pace, ogni giorno c’è un conflitto, si sentono gli spari. Le scuole aprono, poi comincia la guerra e chiudono. Non c’è modo di studiare, di imparare davvero un lavoro». Assana Djau, 22 anni non ancora compiuti, la sua storia la racconta anche e soprattutto con gli occhi. Prima sbarrati, quando parla della Libia e dei suoi sette viaggi in mare prima di riuscire ad arrivare in Italia. Poi brillanti e carichi di speranza quando ripercorre i suoi tre anni di vita in Italia. Un paese bello, sì, «ma non come viene raccontato in Africa. Il sistema di accoglienza è pessimo. Non servono cibo e soldi, ma gli strumenti per lavorare e costruirsi un futuro in autonomia. La vera assistenza è permetterci di integrarci, di imparare la cultura e la storia italiane. Tutto questo nei centri per rifugiati non avviene. Chi vuole camminare con le proprie gambe deve organizzarsi da solo, come ho fatto io».

È il 29 gennaio del 2017 e il gommone su cui viaggiaarriva a Catania. Aspettava questo momento da nove mesi, da quando era arrivato in Libia e aveva iniziato a lavorare per un padrone. «Non venivamo pagati coi soldi. Quando il boss decideva che avevi faticato abbastanza per pagarti il viaggio – racconta il giovane in un italiano quasi perfetto – ti mandava sulla costa, dove partono le imbarcazioni per l’Italia». Assana arriva a Sabratha, a due passi dal mare, e attende il suo turno. «Partono gommoni e piccole barche in continuazione. Alcuni uomini organizzano i gruppi per le partenze, ma al primo tentativo è difficilissimo riuscire a partire», spiega ancora Assana. Che di tentativi ne fa addirittura sei, prima di attraversare il Mediterraneo e arrivare in Sicilia. Da Catania viene spedito a Pisa, quindi al BricHotel a Ponsacco. Le sue giornate sono tutte noiosamente uguali. E allora sceglie di provare a cambiarselo da solo, il destino. Si incammina verso il campo sportivo di Ponsacco. Cerca un pallone e una squadra con cui poter giocare. Il suo sogno è quello di diventare un campione come Cristiano Ronaldo.


«L’ho notato in un angolo, da solo. E allora ho provato a scambiarci qualche parola, ma conosceva pochissimo l’italiano. Ho visto subito i suoi occhi buoni e la sua voglia di costruirsi una nuova vita». A parlare è Roberto Cantini, autista del sindaco di Pontedera, divenuto, di fatto, il padre adottivo di Assana. «L’ho fatto cominciare a giocare nel Maracaibo, una formazione di Ponsacco. Ma gli ho spiegato subito – dice ancora Cantini – che il suo primo pensiero doveva essere l’integrazione, da raggiungere attraverso il lavoro e l’impegno al servizio della collettività». Messaggio ricevuto: Assana prima segue il corso di soccorritore, poi diventa volontario della Pubblica assistenza. Nel frattempo frequenta un corso di italiano, a Pontedera. Ha fame di futuro. «La cultura italiana è bellissima. Voglio imparare tutto del paese che mi sta ospitando».

Il 30 settembre 2018 Assana ottiene l’attestato di formazione in ambito agricolo grazie a BioColombini, un’azienda di Crespina. La stessa che gli sta offrendo un’opportunità di lavoro. E poco importa se oggi Assana è all’interno di un centro d’accoglienza in alta Valdera, distante dall’azienda Colombini. «Quando è a disposizione, vado a lavoro in bici. Altrimenti a piedi, oppure a corsa. Non è un problema, è bello passeggiare», dice. A breve la sua esperienza da BioColombini – momentaneamente sospesa – riprenderà grazie a un progetto per giovani stranieri vogliosi di imparare un mestiere. Ma il suo futuro, Assana, non lo immagina in Italia. «Ho imparato delle tecniche di coltivazione che nel mio Paese non esistono. Per esempio, nella stagione dei pomodori la terra ne produce tanti in Guinea, ma non c’è modo di conservarli per consumarli anche negli altri mesi dell’anno. In Italia questo accade, e ora so come fare. Da grande voglio aprire un’azienda in Guinea, insegnare alla mia gente a coltivare la terra come fate in Italia e dare lavoro ai miei connazionali. A Roberto devo soltanto dire grazie, perché mi ha preso come un figlio e mi ha insegnato tante cose. La sua è stata una vera accoglienza, e non la dimenticherò mai».