Piromane, Franceschi subito a processo per il Monte Serra devastato

Giacomo Franceschi è accusato di essere il piromane del Serra: è in carcere dal 18 dicembre

Giudizio immediato per il volontario di Calci in carcere dal 18 dicembre che chiede per la quinta volta di tornare a casa

CALCI. Giudizio immediato per Giacomo Franceschi. Finisce davanti al giudice, saltando l’udienza preliminare, il volontario dell’antincendio boschivo di Calci in cella dal 18 dicembre con l’accusa di essere l’autore del rogo che a settembre devastò i Monti Pisani. Il sostituto procuratore Flavia Alemi, sulla base delle informative del nucleo investigativo e dei carabinieri forestali, ha chiesto di processare il 37enne calcesano evitando il passaggio del gup.

Una scelta dettata dalla considerazione di poter disporre di prove evidenti a carico dell’indagato che per quattro volte – tre a firma del gip Donato D’Auria e una del Tribunale del Riesame - si è visto rifiutare l’uscita dal carcere con la concessione degli arresti domiciliari. Franceschi comparirà davanti al collegio del Tribunale o, in alternativa, in caso di rito abbreviato di fronte al giudice delle udienze preliminari. La mossa della Procura, definita entro i sei mesi dall’arresto, consegna il volontario al giudizio del Tribunale per una serie di contestazioni che vanno dall’incendio doloso boschivo e disastro ambientale. E proprio per sostenere l’estensione del rogo negli effetti sull’habitat dei Monti Pisani, la Procura ha messo agli atti anche la consulenza collegiale commissionata a docenti universitari di agronomia e geologia.

Venerdì prossimo il Tribunale del Riesame, in diversa composizione, valuterà per la seconda volta il ricorso dell’avvocato Mario De Giorgio che punta a far uscire dal carcere Franceschi. E sempre nei prossimi giorni anche la Cassazione si pronuncerà sull’ennesima istanza della difesa di revocare gli arresti in cella. Martedì prossimo saranno sei mesi che il 37enne è al Don Bosco.

L’incendio del 24 settembre provocò la distruzione di 1.200 ettari tra boschi e oliveti oltre a una dozzina di case per un danno di circa 15 milioni di euro. Franceschi non ha mai fornito, di qui il no alla scarcerazione, un’alternativa valida alle sostanziali ammissioni verbalizzate al momento del fermo.

Non basta negare le ammissioni iniziali sull’origine colposa dell’incendio. Serve, per rivelarsi convincente, anche un’ipotesi alternativa che l’indagato finora non ha mai rappresentato. Se nega di aver appiccato il fuoco per sbaglio e senza voler provocare il disastro, deve, insomma, chiarire il contesto in cui si trovava e dove Google Maps - dato acquisito dal suo cellulare - lo collocava nell’orario delle prime fiammelle nei boschi sul Serra. Nella fascia oraria precedente le 22, ora in cui è partito l’incendio con una visibilità non più trascurabile, c’è un buco nero di una mezz’ora in cui per l’accusa Franceschi non dà spiegazioni certe. Per l’accusa era andato nella sede dell’associazione antincendio per prendere alcuni zampironi con cui poi avrebbe appiccato le fiamme. Di fronte al magistrato aveva detto di essere stato vittima di un attacco di panico e di aver dato fuoco, per scaricare la tensione, ai fili della tuta e a uno scontrino che aveva in tasca lasciandolo nel bosco. 
 

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