La sua Pontedera “tradita”: «Enrico, proprio tu...»

Enrico Rossi, governatore della Toscana

Nel circolo Pd dove il governatore restituirà la tessera non condividono la scelta. La figlia di uno storico militante: «Mio padre, che ti adorava, oggi ti avrebbe brontolato»

PONTEDERA. "Rossi, proprio tu Rossi... che mio padre adorava!", scrive su Facebook Manola Diomelli, dipendente della Coop, renziana di recente fede. Ma soprattutto figlia di Angiolino, operaio e sindacalista della Fiom che fu vittima delle purghe anticomuniste alla Piaggio negli anni Cinquanta e sindaco a Santa Maria a Monte negli Ottanta. Angiolino Diomelli, come Renzo Remorini, altro operaio e amministratore comunale a Pontedera, fu uno dei padri politici del giovane Rossi, al quale nel 1985 il Pci chiese di fare il vicesindaco a Pontedera. Per lui, nato a Bientina nel 1958, figlio di un camionista e di un’operaia, laureato in filosofia e collaboratore del "Tirreno", fu l'inizio di una brillante carriera politica.

Diomelli, classe 1922, è morto nel 2016. Se fosse ancora vivo, cosa avrebbe detto al figlioccio Rossi in versione scissionista? «L’avrebbe brontolato», risponde Manola che il padre mandò a 16 anni alla Scuola del Pci alle Frattocchie.

A chiedere a Rossi di ripensarci sono tanti a Pontedera, la sua città. «Enrico, fermati finché sei in tempo. Il Pd deve rimanere unito», questo il messaggio al governatore della Toscana non soltanto dai renziani, ma anche da chi si riconosce nella sua proposta di "rivoluzione socialista".

Floriano Della Bella, 61 anni, pensionato, ex impiegato della Piaggio, consigliere comunale con delega all'integrazione, è il segretario del circolo Pd di Pontedera Centro: Rossi è iscritto qui. E in teoria qui dovrebbe restituire la tessera.

«Sono dispiaciuto - dice Della Bella - Secondo me, la lotta va fatta all'interno del partito, non fuori. Mi auguro che ci siano dei ripensamenti. Ma, sia chiaro, non possono esserci soltanto dalla parte di Rossi. Tocca anche a Matteo Renzi. La divisione del Pd non porta benefici, il partito deve restare unito, dare le risposte che i cittadini gli chiedono».

Rossano Signorini, già operaio della Piaggio, oggi è manager in un'azienda del settore rifiuti. Nei primissimi anni Novanta, con Rossi sindaco, era dirigente del Pci (poi Pds) e consigliere comunale.

«Voglio bene al Pd - spiega - Mi dispiace, la scissione è un disastro per la sinistra. Se c'è ancora un margine per non rompere, Enrico deve provarci. Conoscendolo, non penso che faccia tutto questo per ragioni personali, ma perché crede nei valori della sinistra. Tuttavia confonde i piani: la base non gli chiede di guidare la rivolta contro il Pd, ma l'opposizione dentro al Pd. Uscire dal Partito democratico significa rinunciare a una storia costruita dal dopoguerra fino a oggi».

Simone Millozzi, sindaco di Pontedera, fa una sintesi in latino: «Extra ecclesiam nulla salus», per dire che all'esterno del Pd non c'è salvezza. «Una volta - ricorda - Rossi pronunciò questa frase. Bene, oggi la faccio mia, perché credo che la battaglia vada fatta nel partito. Di fronte alla posizione di Enrico sono sorpreso e amareggiato».

«Il compagno Rossi fa male, mi dispiace per lui», afferma Giovanni Cialdini, l'allevatore di San Miniato che l'estate scorsa lanciò del letame contro il governatore durante la presentazione del libro "Rivoluzione socialista", perché a suo dire Rossi era "colpevole" di non aver risolto un problema legato alla macellazione islamica degli agnelli.

«Come ha detto Walter Veltroni, quando la sinistra si divide, fa male a se stessa e al Paese. Io non sono renziano. Ho lavorato tanto per lo schieramento di Bersani. Ma oggi il migliore sulla piazza è Matteo Renzi. E poi con chi si alleerebbero gli scissionisti per governare ed evitare che l’Italia affondi sempre di più?», chiede Cialdini.