«Dai Noretta, incastriamo Maniero»

Dalla Fiat Uno alle auto di lusso, le ville e i conti in Svizzera: la vita al massimo del dentista che voleva tradire Faccia d’angelo

SANTA CROCE SULL’ARNO. «Lo vogliamo incastrare questa persona che è un ignorante oppure no?». C'era riuscito a piegare il boss. A far sbroccare il capo della Mala del Brenta. A mandarlo in «esaurimento nervoso», ricoverato in una clinica privata di Verona per lo stress, per quella sua ostinazione nel non voler "restituire" il tesoro che Felice Maniero gli aveva affidato dagli anni della latitanza, dai tempi in cui era riuscito a conquistare la fiducia del gangster italiano che negli Ottanta aveva terrorizzato il nord est. Ma il gangster ora era in difficoltà, rivoleva soldi che non c'erano, perché ad una vita da boss piano piano si era abituato lui, il dentista cresciuto in una famiglia contadina di Fucecchio.

Riccardo Di Cicco, mazzetta dopo mazzetta, aveva nutrito le sue ambizioni di auto, ristoranti di lusso, ville, conti correnti, Rolex, speculazioni finanziarie azzeccate o fallite. E pensare - dice in uno degli interrogatori il capo della Mala - che «quando ha sposato mia sorella Noretta, nell’84, era uno squattrinato. Chiesi io a mia mamma (Lucia Carrain, ndr) di regalargli una Fiat Uno». E ancora: «Gli ho dato io 140 milioni per comprare a Poggio Adorno. Era una casa del 1800, giù di lì, diroccata, proprio un rudere. E con i soldi miei, un miliardo, l’ha fatta nuova». Una «villa da Mille e una notte», dice in un’intercettazione il cugino Giulio, uno della banda, addetto a sotterrare i soldi nel giardino del boss per poi dissotterrarli all’occorrenza, e consegnare i contanti alla madre perché li portasse a Di Cicco. Che con il malloppo del gangster conduceva una vita al massimo. Una vita - scrive il gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza di custodia cautelare con cui ha disposto il suo arresto e quello del broker Michele Brotini - ormai nettamente al di sopra delle sue possibilità. Chiaro, hanno ricostruito i pm della Dda di Venzia Paola Tonini e Giovanni Zorzi, gli happy days a Santa Croce e in Versilia erano garantiti dalla ricchiezza di “Faccia d'angelo”. Quella di cui doveva essere solo prestanome, fido tesoriere. Ma lui, in fondo, era ambizioso. Aveva nutrito le sue velleità. E alla fine il 61enne, arrestato martedì dal nucleo valutario della Guardia di Finanza con l'accusa di riciclaggio aggravata dal metodo mafioso per aver occultato i soldi accumulati da Maniero, aveva deciso di mandare in frantumi il patto. Anzi, dopo aver saputo che il boss lo aveva denunciato come il custode del suo impero costruito a suon di rapine sequestri, traffici di droga, di armi, perfino omicidi, una ricchezza a cui gli inquirenti da trent'anni davano la caccia, voleva vendicarsi.

Anche se non aveva scelta: lo studio dentistico andava male e i soldi del boss erano agli sgoccioli. È l'aprile del 2016, Di Cicco parla al telefono con l'ex moglie Noretta, che tutti chiamano "Lory". E la convince a tradirlo: «Lo vogliamo incastrare questa persona che è un ignorante oppure no?". «Incazzare?», risponde lei che non ha capito. «Incastrare, lo vogliamo incastrare o no?», sbotta al telefono Di Cicco. «Ah, certo», dice lei. Il piano era vendere le ville, quella di Poggio Adorno a Santa Croce, quella di Fiumetto, intestata al figlio Marco. «E allora praticamente gli dici "guarda abbiamo già sentito, la svendiamo"». Di Cicco chiarisce: «Tu fai finta che glieli diamo e buona notte suonatori, no? Eh, si vende casa e quando la casa è venduta i soldi ce li mettiamo in tasca! Vorrai mica andare in mezzo a una strada?».

Anche gli inquirenti ieri l'hanno chiarito: i sequestri e gli arresti sono scattati perché Di Cicco aveva messo in vendita i beni. Ma non tutti gli scrigni della Mala sono stati aperti. «Dieci miliardi li hanno messi su un conto in Svizzera, ma l'hanno chiuso nel 2013», dice la compagna di Di Cicco, Morena Galasso, al telefono con un carabiniere. Sì perché il dentista, per riciclare il denaro, da anni lo faceva grazie a Michele Brotini, 49enne broker locale. «Alcuni investimenti sarebbero andati in fumo - ha messo a verbale durante gli interrogatori Maniero - un po' con la crisi del 2008, e poi era fallito Madoff in America, ma io non ci credo». Certo, anche Di Cicco era «terrorizzato», lui che lo era andato a trovare in carcere, a Fossombrone, e che da lì riceveva le sue lettere, che aveva accettato di recarsi nei vari covi in cui il boss si era nascosto negli anni («Mi faceva portare il bimbo, ti rendi conto!», si sfoga Di Cicco con l’ex moglie), o nelle ville prese in affitto a Forte dei Marmi nell’88, dove Maniero si era rifugiato da latitante. Ora non voleva più incontrarlo. Per questo, il 6 gennaio 2016, decide di inviare a mediare col boss la compagna, Morena, da cui ha avuto un figlio. Lei accetta, va insieme a Noretta, e lo incontra pochi giorni dopo anche a Poggio Adorno. Ma poi si sente in pericolo. Ha paura. «Io sono onesta, non voglio vivere nel terrore - dice al telefono con il medico di famiglia - questi mi fanno fare la fine di Isabella Noventa». E alla fine lo lascia. «Riccardo pensa solo a se stesso, è un delinquente». E ora che il boss «pigiava» per riavere i soldi, lui se la faceva sotto, ma «quando c’è stato da godere Di Cicco e Noretta hanno mangiato i soldi, soldi della gente morta. Vi siete vestiti, ingioiellati, dai, e ora...»

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