Sesso, segreti e ricatti tutte le accuse al prete

I database dell’Arma violati, militari corrotti e il “ribelle” calunniato come camorrista: ecco le carte sull’ex cappellano dell’Aerobrigata

PISA. Uno l’ha convinto a consegnargli login e password di accesso al cervellone dell’Arma per consultare così i fascicoli sul suo conto. Contro il “ribelle”, l’uomo che aveva provato a ricattare e poi deriso facendo girare per le caserme d’Italia le sue lettere piene di dettagli piccanti e ingiuriosi, ha ordinato perquisizioni e blitz anti-mafia. E poi, con tanti, troppi, è riuscito a giocarsi il suo jolly. Perché si vantava da vero “don” Antonio Marrese. «Ho contatti in alto io, sai, posso farti trasferire, cosa credi, oppure far sprofondare la tua carriera», diceva ai militari che ricattava. Sì, i poteri dell’ex cappellano militare della 46a Brigata Aerea di Pisa andavano ben oltre la sua tunica, trascendevano il suo incarico spirituale e confessionale. Negli anni, il prete cacciato a giugno scorso dal villaggio dell’aeronautica - a nemmeno un anno dal suo arrivo a San Giusto - era riuscito a costruirsi una posizione nell’Esercito che andava al di là del suo ruolo da confessore e anzi proprio grazie al vincolo della segretezza aveva irretito carabinieri, parà, marinai, brigadieri, sottotenenti, tenenti di vascello, marescialli e non solo il suo grande accusatore, il militare di stanza a Massa che per primo si è ribellato alla spirale di false promesse, ricatti e minacce che il “don” utilizzava per ottenere prestazioni sessuali.

Mattoncino dopo mattoncino, la procura di Massa sta ricostruendo la storia di un sacerdote che immaginava quella “cerchia” di favoriti, vecchi amici di famiglia o confidenti a cui aveva strappato piccoli grandi segreti nel corso della sua carriera, come un suo personalissimo harem. Tentata concussione, detenzione di materiale pedopornografico, millantato credito, favoreggiamento, accesso abusivo a un sistema informatico, perquisizione arbitraria. Non ci sono più soltanto la calunnia aggravata e lo stalking fra le accuse a carico di Marrese nell’inchiesta condotta dai pm massesi. A leggere l’avviso di parziale chiusura delle indagini inviato dal nucleo investigativo guidato dal comandante Tiziano Marchi il 27 settembre alla magistratura e all’autorità giudiziaria militare si capisce che quella di don Marrese era un’ossessione che durava da tempo, e non si era concentrata soltanto sul carabiniere che l’ha denunciato a marzo.

I militari hanno raccolto documenti, oggetti, materiale informatico e soprattutto testimonianze di molti altri militari finiti nella sua tela. Così si scopre che approfittando della sua tunica, Marrese aveva minacciato di trasferimento anche un paracadutista della Folgore di Pisa e un “addetto alla tenenza” di Floridia, in provincia di Siracusa. Se non si fossero offerti al “drago”, li avrebbe fatti trasferire o negato loro le spintarelle necessarie a superare concorsi per il passaggio di grado. Moltissimi militari avrebbero confermato che millantava di poter ottenere favori dai vertici dell’Arma. Non solo: Marrese consumava vendette contro chi si era ribellato. Ha calunniato un brigadiere oggi impiegato alla motorizzazione di Napoli accusandolo di avergli regalato il lampeggiante rinvenuto durante la perquisizione eseguita dagli inquirenti nel suo alloggio alla 46a Brigata a marzo. «L’amore è fra innamorati veri - scriveva su Facebook don Marrese - tra mamma e figlio, tra sorrisi e sguardi». Ecco, in quella perquisizione, in uno dei sei computer e nei due hard disk esterni sequestrati, i carabinieri hanno trovato anche materiale pedopornografico. Ha calunniato il responsabile del settore informatico, un carabiniere di Torre Annunziata, rivelando ai carabinieri di aver ricevuto da lui le chiavi di accesso ai database dell’Arma, mentre le prove raccolte dagli investigatori lo inchiodano seduto al pc proprio mentre li viola con accanto un altro maresciallo. Ma soprattutto, dalle carte sembra sgretolarsi la sua difesa. «La mia unica colpa è quella di aver fatto esposti anonimi, mai fatto avance sessuali», ha dichiarato Marrese nell’interrogatorio.

Con quegli esposti anonimi - scrivono i carabinieri - nel gennaio 2014 ha indotto in errore un ufficiale di Torre del Greco e di fatto ordinato una perquisizione in casa di quello che poi sarebbe diventato suo accusatore, sostenendo che la fidanzata e il suocero nascondessero droga e armi per conto di una cosca locale. Era rischioso ribellarsi al “don”. Per questo c’è chi non l’ha fatto e ora ne paga le conseguenze. Come il tenente di vascello imbarcato sulla nave Bergamini, di base a La Spezia, indagato per favoreggiamento per avergli coperto le spalle e aver mentito agli inquirenti sul conto del cappellano. ©RIPRODUZIONE RISERVATA