Volterra, l'arte-follia di Oreste Nannetti per la prima volta raccontata dalla sua voce

Oreste Nannetti e uno dei suoi graffiti

A 20 anni dalla morte, il Comune lo ricorda con la civica benemerenza. Nelle certelle cliniche l'evoluzione di un internato, capace di realizzare con la fibbia di un panciotto un'opera unica. E un audio in cui Nof4 spiega che cosa significano i suoi graffiti

VOLTERRA. Centottanta metri e ventidue centimetri di onde radio, formule, metalli, stelle, nomi, razzi, simboli, città, connotati. E quell’intonaco graffiato di mattina, di pomeriggio, col sole, la pioggia, in inverno, per anni, d’estate. Schivando le teste dei catatonici seduti su di una panchina e l’ira degli infermieri più severi, attraverso il tempo. Ci sono voluti centottanta metri e ventidue centimetri scolpiti con la fibbia del panciotto, più una vita, per uscire dal manicomio e ritrovare la pace. È servito il gesto folle in mezzo alla follia; un murales che abbraccia le pareti dell’ex ospedale psichiatrico di Volterra. Un «ci sono, io esisto» che Oreste Nannetti ha costruito a partire dal 1958 e portato avanti per anni. Un’opera che, a venti anni dalla morte, gli varrà la civica benemerenza da parte del Comune di Volterra. A lui andrà il premio più ambito, l’onore che non è toccato alle migliaia di internati dell’ex manicomio, prodotti difettosi relegati tra quattro mura: essere ricordato.

Volterra, la voce di Oreste Nannetti in un audio inedito

L’ingresso. «Si mostra lucido e ben orientato. Logorroico e noioso, rivela assurdi deliri di danneggiamento e di nocumento nei riguardi della propria persona e spunti di grandezza (si ritiene capace di fare molte cose, ed anche qui si ritiene indispensabile). È eccitato, parla molto da sé e dorme poco». Sono le prime righe della cartella clinica che accompagnerà Oreste Nannetti per tutta la vita; una carta d’identità scattata a Volterra, il 2 settembre 1958. Di lì a poco Nannetti, che si ribattezzò Nof4, trasformò la fibbia del suo panciotto in un pennello e i muri esterni del padiglione Ferri (la sezione giudiziaria dell’ospedale psichiatrico) in una tela. Iniziò, e continuò, a grattare e scrivere. Si trasformò «nel colonnello dell’astronautica mineraria astrale» sempre al lavoro per allargare quel murales che divenne il suo dialogo col mondo. Nessuno dei suoi parenti si è mai presentato a Volterra per una visita. Eppure lui scrisse tante lettere. «Pasqua 1965: cara cugina vengo a scrivervi questa cartolina per farvi avere mie notizie. Di salute mi trovo bene solo che cercano di narcotizzarmi […] spero che presto sarò in uscita così verrò a farvi un visita». Non uscì praticamente mai. Arrivò a Volterra da Roma dove per due anni era stato ricoverato nell’ospedale Santa Maria della Pietà. Dallo capitale lo accompagnavano poche righe: «Ammesso il 21/5/56 è stato per vario tempo ricoverato in un istituto per minorati psichici». Si sa che la madre lo partorì in giovane età (per poi rifarsi una vita) e che frequentò le scuole fino alla quinta elementare.

Il viaggio. Nella sezione giudiziaria del Ferri, Nannetti iniziò a grattare il muro con la fibbia del panciotto. «Era come se fosse un libro - raccontò Aldo Trafeli, l’infermiere volterrano che lo conobbe ed iniziò a tradurre il murales - prima disegnava la cornice e poi la riempiva con i suoi messaggi al mondo». Ancora oggi, tra i calcinacci e le pareti cadenti dell’ex manicomio ci sono spazi cadenti che chiedono di essere occupati. Due anni dopo l’arrivo a Volterra, Nannetti fu trasferito nella sezione civile, padiglione Charcot. I medici che lo visitarono scrissero: «È schizofrenico fatuo, stolido, capriccioso e allucinato dell'udito. Fa vita appartata perché diffidente e strano. Rivela idee deliranti di influenzamento; anaffettivo è scarsamente orientato, frequentemente irrequieto». Anni frenetici in cui “Nannettaicus Meccanicus santo della cellula fotoelettrica”, classe 1927, gratta senza sosta tutte le pareti del manicomio. «Non parlava con nessuno, era diffidente - raccontò Aldo Trafeli - pensava solo al suo graffito. Non si poteva interrompere, non aveva nessun altro interesse».

La libertà. Il 21 marzo del 1968. L’uomo non era ancora andato sulla luna, Aldo Moro era a capo del Governo e Nannetti per la prima volta usciva dal manicomio, "consegnato" per qualche ora a San Lazzaro dove i pazienti potevano fermarsi in un parco o a prendere un caffè. Il racconto dei medici commuove, la cartella clinica si trasforma quasi in libro. «Oggi, primo giorno della primavera - scrivono i dottori - dopo dodici anni di permanenza in reparto (si contano anche gli anni romani di ricovero, ndr), il paziente viene sconsegnato e lasciato libero di andare a San Lazzaro, che conosce solo per fama e di cui si è fatto un’idea fantastica. È oltremodo emozionato. Gli infermieri gli hanno procurato anche alcuni indumenti nuovi ed un paio di scarpe nuove […] si preferisce non trascrivere ciò che un malato mentale può dire dopo dodici anni di permanenza in reparto, senza una visita di amici o familiari».

La scoperta. Il matto, il folle diventa artista quando se ne capisce la grandezza dell’opera, il suo camminare sul filo del rasoio a cavallo del concetto di normalità, sempre in bilico. Il mondo ha conosciuto il murales di Nannetti grazie alla legge Basaglia, la 180/78. Quando le porte del manicomio di Volterra si aprirono e gli occhi di un altro artista, Mino Trafeli sorpresero metri e intonaci scolpiti da messaggi graffiati. Le foto di Pier Nello Manoni fecero viaggiare «quelle notizie pervenute dal sistema telepatico» a Nof4 verso l’esterno. E Aldo Trafeli, l’infermiere che per anni aveva visto Nannetti scolpire gli intonaci decise che avrebbe trascorso la vita a cercare di tradurli.

Nannetti oggi. «Lo ha fatto fino ad una settimana prima di morire», racconta il figlio Andrea che è anche presidente dell’associazione “Inclusione, graffio e parola”, il gruppo volterrano che lavora per promuovere l’opera di Nof4 e che ha organizzato una mostra a venti anni dalla sua morte. «A Volterra abbiamo un’opera che il mondo ci invidia e che è ospitata su molti cataloghi – dice Claudio Grandoli, vicepresidente di Inclusione – dobbiamo riuscire a valorizzarla. Basti pensare che gran parte del murales si sta scrostando ed è sottoposta alle minacce delle intemperie mentre un calco alla Collection de l'Art Brut di Losanna raccoglie ogni anno migliaia di visitatori. La classica storia italiana».

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