Mensa più cara per i bimbi non residenti

Crespina, il sindaco: non è giusto che i cittadini paghino i servizi di chi arriva da fuori, sarebbe quasi un danno erariale

CRESPINA. Quei pasti “maggiorati” che dividono in due le scuole di Crespina. Da una parte ci sono i bambini residenti, dall’altra quelli - tanti - che arrivano fuori comune. Nel mezzo una scelta politica che fa torcere il naso ad alcuni genitori degli alunni “forestieri” che si ritrovano a pagare il massimale previsto per la mensa scolastica, ovvero 8 euro a pranzo.

«Si tratta di una decisione presa dal Comune, non è il solo, anche in altre parti d’Italia lo fanno. La scuola non entra nel merito di queste scelte», commenta la dirigente scolastica dell’istituto comprensivo Mariti, Daniela Pampaloni.

Da tempo l’istituto comprensivo, grazie alla formula del “senza zaino” e soprattutto al tempo pieno, catalizza tanti studenti anche dai comuni vicini. Sono principalmente i 5 rientri pomeridiani che si fanno alle elementari di Cenaia ad attirare tanti da fuori: solo nelle due prime che quest’anno esordiranno tra i banchi di scuola, 22 in una classe e 26 nell’altra, sono 14 i bambini non residenti (in cinque restano fuori, considerati i parametri per legge che fissa tra 26 e 28 il limite massimo di alunni per classe). Ed è proprio in virtù di questo “appeal” che il sindaco di Crespina, Thomas D’Addona rivendica la scelta di far pagare il massimo a chi arriva da fuori, mentre, per i bambini residenti, il Comune compartecipa alle spese e si valutano le fasce di reddito Isee (si paga intorno ai 5 euro a pasto).

«Dico che scegliere il tempo pieno è un’opzione e se una famiglia lo sceglie è consapevole dei costi, soprattutto non ritengo giusto che il Comune di Crespina, e quindi i cittadini, debbano contribuire alle spese dei bambini che vengono da fuori», spiega il primo cittadino. Che va anche oltre: «A nostro avviso si potrebbe pure configurare un danno erariale se l’amministrazione contribuisse ad un servizio per famiglie che, comunque, pagano le tasse altrove».

D’Addona è risoluto: «Sono contento che la nostra didattica, evidentemente ben fatta, sia apprezzata anche nei comuni vicini che scelgono le nostre scuole per i loro bambini, ma non ho problemi a dire che se ci sono famiglie che si lamentano per gli 8 euro a pasto che dovranno pagare, queste potrebbero scegliere la scuola nel loro comune di provenienza, spendendo meno».

La riflessione di D’Addona si allarga proprio sulla qualità della didattica: «Dico solo che avremo due prime elementari di 22 e 26 studenti compreso chi viene da fuori, se questi non ci fossero stati, avremo avuto due classi complessivamente di 34 alunni e come si sa, in meno, si ha una didattica migliore e meno dispersiva».

Solo per la mensa scolastica della scuola primaria, il Comune di Crespina spende oltre 150mila euro l’anno: «Più gente c’è e più i costi vivi lievitano: non ho niente contro i bambini che vengono nelle nostre scuole, ma sicuramente non devono essere i cittadini di Crespina a pagare questo servizio». A detta del sindaco pure alla scuola media il 15% degli studenti non è residente.

Diversa la scelta politica nel vicino Comune di Fauglia, decisione magari dettata da un minor numero di ragazzi di fuori. «Residenti e non pagano la stessa quota, da anni applichiamo il diritto allo studio». Stessa filosofia anche a Lorenzana, che ha una convenzione in materia proprio con il Palazzo faugliese.

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