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L'incubo di un padre assolto in appello dopo otto anni: era accusato di abusi sulla figlioletta

Il palazzo di giustizia di Firenze, sede anche della Corte d’appello, dove si è svolto il processo al 47enne pistoiese.

L’avvocato difensore: «Il fatto non sussiste, inattendibili e contraddittorie le dichiarazioni allora rese dalla bambina»

PISTOIA. Baci, carezze, palpeggiamenti: quando avevano visto il “gioco” che quella bambina di appena 9 anni stava facendo assieme alla sua amichetta, i genitori affidatari erano rimasti allibiti. E le avevano chiesto spiegazioni. «Queste cose me le faceva il babbo quando ero piccola» si erano sentiti rispondere. Era l’estate del 2014. I servizi sociali, l’inchiesta della procura, l’audizione davanti a giudice e psicologa... E per il padre era scattata la denuncia per violenza sessuale pluriaggravata. Seguita dal rinvio a giudizio e, il 19 novembre 2018, dalla condanna a 9 anni di reclusione da parte del tribunale di Pistoia.

Un lungo incubo da cui il padre si è svegliato nel tardo pomeriggio di giovedì, quando la Corte d’appello di Firenze lo ha assolto con la formula più ampia: perché il fatto non sussiste. La corte (interamente composta da giudici donne) ha ritenuto non attendibili le affermazioni della bambina, gravate da forti contraddizioni. Come da sempre sostenuto dagli avvocati difensori Fausto Malucchi ed Elena Baldi.


Le violenze sarebbero avvenute quando la bambina aveva 4-5 anni ed era già stata affidata a un altra famiglia a causa della situazione di profondo disagio in cui, secondo i servizi sociali, versavano i genitori.

Nel 2014, la bambina era stata sorpresa dai genitori affidatari mentre con una sua amichetta faceva un gioco dagli espliciti riferimenti sessuali. E interrogata, aveva raccontato di ciò che il babbo le faceva, a suo dire, quando, ogni quindici giorni, andava a prenderla per passare qualche ora assieme a lei.

«Un racconto che però si è evoluto nel corso degli anni – spiega l’avvocato Malucchi – fino ad arrivare ad includere anche veri e propri rapporti sessuali, comunque mai contestati in questo processo. Impossibile comunque, qualora ciò fosse vero, che la famiglia affidataria non si sia accorta di abusi di quella portata su una bambina di 4-5 anni, che invece era sempre tornata a casa comportandosi come se nulla fosse».

«La corte ha ritenuto che le affermazioni della minore non fossero credibili, anche perché emergevano grosse contraddizioni e delle vere e proprie bugie. Noi abbiamo ribattuto sul fatto che in un processo il bambino non è un bambino ma un testimone. Noi, pur con la delicatezza, con la comprensione che riserviamo al bambino, dobbiamo guardare al testimone. Il testimone è un soggetto astratto che deve avere determinate caratteristiche, non ha età né qualifica. Se quelle caratteristiche non le ha non può essere considerato una prova per condannare una persona. E in effetti quel testimone aveva lasciato parecchio a desiderare sotto il piano della coerenza, dei riscontri. Gli atti oggettivi del processo non erano in linea con le sue dichiarazioni. I giudici di appello hanno assolto quest’uomo che ai nostri occhi è stato sempre innocente ma che non era tale per il tribunale di Pistoia, che gli aveva dato 9 anni: una sorta di ergastolo che incide profondamente nella vita di un uomo, marchiato a vita come stupratore di sua figlia, un infamia che è una seconda condanna che raddoppia la pena. Una sentenza distruttiva».

«È successo – prosegue – ciò che a volte succede nei processi in cui i testimoni sono bambini, soggetti spesso condizionati in partenza, meno genuini di quanto noi siamo portati a credere. Spesso sono le paure dei grandi che vengono trasmesse ai bambini, che, delle volte, non fanno altro che rendere vero e arricchire ciò che i grandi temono, se percepiscono che il grande vuole certe cose da loro. Il grande non è in cattiva fede, vuole solo tutelare una categoria estremamente fragile come quella dei bambini. E fin qui niente di strano e di male. Ma talvolta questi timori che possa essere accaduto un determinato fatto vengono recepiti dal bambino, che è come una spugna. Assorbe questi timori che tante volte divengono delle verità su cui si crea un processo. E non è infrequente che questi tipi di processi partano in un modo e si concludano in un altro. Quando si raggiunge un distacco temporale e anche geografico dal luogo dell’accaduto, ecco che con maggiore serenità i fatti si vedono con altri occhi. L’assoluzione doveva avvenire già in primo grado, ma ci sono stati una serie dei coinvolgimenti emotivi che hanno portato a una sentenza che oggi la corte d’Appello dice essere stata errata. Come da noi sempre sostenuto».

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