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Fallimento della Sandro Bruschi Vivai, spunta un’offerta da oltre cinque milioni

Pistoia, in vendita i beni dei rami d’azienda di Pistoia e Migliarino. Entro il 14 gennaio chi vorrà potrà presentare un’eventuale offerta al rialzo

PISTOIA. Ci sono offerte per l’acquisto dei beni della “Sandro Bruschi”, l’azienda vivaistica dichiarata fallita dal tribunale di Pistoia il 10 ottobre 2018, dopo una storica sentenza della Corte d’Appello.

Dopo un rinvio a causa della pandemia della prima asta (fissata al 17 aprile 2020) e due aste andate deserte (il 3 febbraio e il 22 giugno 2021) da settembre sono pervenute sul tavolo dei curatori fallimentari alcune offerte per l’acquisto dei due rami d’azienda della Bruschi, quello pistoiese e quello di Migliarino. Si parte da 5, 6 milioni di euro, l’offerta più vantaggiosa tra quelle arrivate sinora. Ed entro il 14 gennaio 2022 chi vorrà potrà presentare un’eventuale offerta al rialzo.


«Speriamo che i creditori riescano a ottenere un po’ di risorse», commenta Paolo Chiti, referente del Comitato che si è costituito nell’ottobre del 2016, pochi giorni dopo l’accordo tra Sandro Bruschi e la Giorgio Tesi Group, che ha preso in affito l’azienda di via Nuova Castellare per 18 anni, riassorbendo al suo interno i circa 40 lavoratori. A fare le spese del salvataggio dei Vivai Bruschi le centinaia di creditori colpiti dalla crisi di quella che, per molti anni, era stata una delle più importanti aziende vivaistiche della provincia: banche, ma anche piccoli e medi fornitori, alcuni dei quali rimasti in credito per decine di migliaia di euro.

Anche questa asta, come le precedenti, è curata dai commercialisti Olimpia Banci e Nino Maffia. All’incanto finiscono edifici, campi coltivati a vivaio, macchinari e altri beni mobili. Nel corso di due anni il valore dei beni è praticamente dimezzato. Nell’asta che doveva svolgersi il 17 aprile e che è stata poi rinviata al 3 febbraio 2021 il valore dei due lotti, quello di Pistoia e quello di Migliarino, era così suddiviso: 7 milioni e 130mila euro per il lotto 1 di Pistoia (non erano accettate offerte di minor valore). Per il lotto 2 (Migliarino) il valore era di 3 milioni e 510mila euro. Un totale di 10 milioni e 640 mila euro per un’asta andata deserta.

Il secondo tentativo si è svolto il 22 giugno. In questo caso però era possibile presentare un’offerta minima: con una base di 6 milioni e 60mila euro per il lotto 1 (Pistoia) un eventuale acquirente interessato poteva partire da un’offerta di 5 milioni e 347mila euro. Per il lotto 2 la base era di 2 milioni e 983mila euro, con un’offerta minima di 2 milioni e 632mila euro. Il valore dei due lotti era così sceso a 9 milioni e 43mila euro, con un’offerta minima di 7 milioni e 980mila. Ma anche in questo caso nessun imprenditore si è dimostrato interessato.

Dopo l’estate qualcosa invece si è mosso. Mentre la curatela e il giudice responsabile del procedimento, Sergio Garofalo, si chiedevano come vendere, sono arrivate delle offerte. Quella più vantaggiosa è di 5, 6 milioni. La scelta dei curatori e del tribunale è sempre stata quella di vendere insieme i beni di Pistoia e Migliarino, perché la parte pisana (in cui sta per scadere, tra l’altro, l’affitto del ramo d’azienda) ha valore economico minore e, da sola, rischiava “di rimanere sulle spalle” dei responsabili del procedimento più a lungo.

Questa nuova asta, che potrebbe essere davvero l’ultima, si concluderà con una vendita deformalizzata e un atto firmato davanti a un notaio. Si parte da 5 milioni e 600mila euro e non sono previsti ribassi. Nel caso di gara l’aumento minimo sarà di 150mila euro. Data fissata per la vendita 14 gennaio, con le offerte che devono essere depositate entro le ore 12 del 13 gennaio presso lo studio del curatore, dottoressa Banci. Non sono accettate offerte fatte in via telematica.

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