Le protesi del tecnico Marco per gli atleti delle Paralimpiadi

Pistoiese, 33 anni, lavora per la multinazionale tedesca Ottobok, sponsor dei Giochi «Nel Villaggio di Tokyo si respirano solidarietà ed energia, questi ragazzi sono un esempio» 

il personaggio

«Oggi assistenza tecnica al palazzetto della scherma. Sto volando. ..»


I 35 gradi di temperatura, con il 70 per cento di umidità, diventano un peso sopportabile, un compagno uggioso ma quasi impercettibile. Nei turni di lavoro 8-16 e 15-23 le ore di Marco Gori sono scandite da un lavoro certosino sulle protesi degli atleti. Servono abilità manuale e conoscenze tecniche, ma anche l’italica creatività. «Anzi, in certe occasioni sopratutto quella. I tedeschi si perdono quando è richiesta una soluzione fuori dal manuale».

E gli inglesi? Va beh, troppo facile: «Arrivano secondi».

Marco Gori, pistoiese, 33 anni, è uno dei 90 tecnici giunti da tutto il mondo per dare assistenza tecnica agli oltre quattromila atleti paralimpici provenienti da 135 Paesi per i Giochi della 26ª edizione. Centoquindici gli atleti italiani in gara, con la schermidrice Bebe Vio e il nuotatore Federico Morlacchi portabandiera nella cerimonia inaugurale. «L’ho incontrata stamani Bebe Vio (ieri, ndr) – racconta Marco – Pratico scherma da quando avevo sei anni, e lei mi è sempre piaciuta molto come atleta e come persona». Non è la sola italiana che ha incontrato nella prima settimana: «Ho aiutato con le protesi un atleta del tiro con l’arco e alcuni dell’atletica».

Marco vive a Bologna da sei anni ma è pistoiese doc, e una volta al mese «torno a casa dalla mia famiglia. Le radici sono radici». Laureato in tecniche ortopediche all’Università di Firenze, dopo la laurea ha iniziato a girare per l’Italia, fino a essere notato dalla multinazionale tedesca Ottobok, leader mondiale nella produzione di protesi, busti, ortesi, carrozzine per bambini. «Ottobok è uno degli sponsor tecnici della Paralimpiade. Diciotto mesi fa, con un collega, sono stato scelto per dare assistenza tecnica agli atleti in gara a Tokio. Parlo diverse lingue, ma non è solo questo il motivo». Ottobok aveva bisogno sul posto di qualcuno con un’elevata capacità di problem solving. L’italica creatività insomma.

«Per quanto il magazzino di pezzi di ricambio sia fornito non ci sono mai pezzi adatti a tutte le soluzioni. E non sempre le risposte adatte richiedono impianti proteseici». Prendiamo ad esempio il caso delle tre giovani atlete ruandesi a cui Marco ha dato una mano tre giorni fa. «Avevano protesi disastrose. Un arto inferiore di una ragazza si sfilava, era larghissimo. Mi è venuto in mente di mettere una calza sopra il moncone per ampliare il volume, e una ginocchiera sopra. Dal Medio Oriente, dal Sudamerica, dall’Africa, spesso questi ragazzi “approfittano” delle Paralimpiadi per migliorare l’impianto tecnico delle loro protesi».

Chiamarli disabili è, secondo Marco, un sinonimo errato nel comune significato che diamo alla parola: «La disabilità è sempre negli occhi di chi guarda. Spesso ci si volta quando si vedono queste persone, fanno paura. Sarebbe bello far vivere un po’ di Villaggio paralimpico a tutti.

Quando cammino tra gli stand degli atleti respiro un’aria di solidarietà, respiro energia. Le disgrazie che hanno patito decuplicano le loro forze, in tanti sono rinati dopo malattie e incidenti. Sanno affrontare la vita. Vincere medaglie è un obiettivo prestigioso, ma la medaglia più bella spesso l’hanno già dentro».

Tiziana Gori

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