«Il più grande bugiardo che ho conosciuto? Licio Gelli»

Renzo Corsini

Pistoia, intervista a Renzo Corsini che il primo agosto a le Piastre riceverà il Bugiardino d’oro alla carriera

Pistoia. Classe 1936, è stato elettricista, meccanico, saldatore, informatore medico, ferroviere, sindacalista, dirigente sportivo. Appassionato di poesia e di teatro, si è sempre occupato dei giovani. Regolarmente invitato al raduno annuale dei Corsini – che a Pistoia hanno due piccoli borghi, i Corsini bianchi e i Corsini neri – precisa però di appartenere ai Corsini Rossi, rossi come il foulard che porta spesso al collo nelle occasioni pubbliche, da presidente dell’Anpi di Pistoia. Domenica, primo agosto, a Le Piastre, Renzo Corsini riceverà la laurea di bugiardo e il Bugiardino d’oro alla carriera nel corso del Campionato italiano della Bugia. Lui che di bugiardi ne ha conosciuti tanti. Il più grande? Licio Gelli, secondo lui.

Se lo aspettava questo riconoscimento?


«Sinceramente no. Ma sono abbastanza spiritoso da apprezzarlo, perché so che a Le Piastre essere bugiardi è un vanto. Lassù le bugie sono buone».

È vero che prima della laurea leggerà un sonetto?

«Quando ho saputo che il tema era il viaggio, con San Jacopo e Dante, ho scritto un dialogo in versi tra loro, in cui si danno del bugiardo. Mi sono inventato poeta popolare come mi ero inventato teatrante».

Nella vita di bugiardi ne ha conosciuti?

«Molti. Il più grande è stato Licio Gelli, mio cognato mancato, che mia sorella non volle come corteggiatore. Abitavamo accanto, in via Erbosa. Me lo ricordo dopo il 25 luglio 1943. Faceva il quadruplo gioco, con fascisti, partigiani, tedeschi e americani, ed era quindi quattro volte bugiardo. Anni dopo gli telefonai per sapere dell’uccisione dei quattro ragazzi della Fortezza. Gelli disse ai partigiani, che volevano liberarli, che alle 8 sarebbero stati trasferiti alla Fortezza. Ma alle 6 erano già stati fucilati. Non gli ho mai chiesto, perché sapevo che la verità non me l’avrebbe detta, se abbia fatto il doppio gioco dando un’ora sbagliata, oppure se fu ingannato dai tedeschi che non si fidavano di lui. È uno dei misteri che si è portato nella tomba».

Finita la guerra, è nata prima la passione per la politica o per il calcio?

«A 14 anni mi iscrissi alla Federazione giovanile comunista. A 17 fondammo il Gruppo sportivo Avanguardia, di cui sono dirigente da 69 anni. I preti avevano le squadre di calcio, la mia parte politica no. Quindi decidemmo di fondarne una, che prese il nome dal giornale clandestino dei giovani comunisti durante il ventennio. A calcio non ho mai giocato, perché ero negato. La soddisfazione più grande è quella che provo oggi quando incontro per strada qualcuno dei miei ragazzi. Tra loro c’era anche l’attuale senatore Patrizio La Pietra, che a calcio non era un asso. Quando l’ho incontrato la prima volta gli ho detto scherzando che mi auguravo che da parlamentare fosse meglio che da calciatore».

Si deve a lei se Silvano Fedi è stato dichiarato cittadino illustre di Pistoia.

«Lo si deve soprattutto all’Anpi e alle migliaia di cittadini che hanno sottoscritto per richiederlo. Io ci ho messo del mio. E il nostro impegno per Silvano non è finito. Stiamo realizzando la tomba monumentale che ospiterà le sue spoglie nel cimitero comunale e che contiamo di inaugurare nel luglio dell’anno prossimo».

Quando va nelle scuole cosa dice ai giovani?

«Mi piace esortarli a non essere indifferenti o apatici, a farsi carico delle eredità ricevute, dall’ambiente alla Costituzione. È un dovere raccontare loro la storia, renderli consapevoli perché possano scegliere liberamente. È per questo che come Anpi ci impegniamo a mantere viva la memoria del Paese, nato dalla Resistenza e fondato sulla Costituzione».

Rispetto al futuro è pessimista o ottimista?

«Ottimista da sempre e per sempre, nonostante il coronavirus, che io chiamo “bao cinese”. Sono vissuto nella convinzione di poter trasmettere qualche segnale positivo. È necessario fare squadra perché i problemi sono più difficili se ognuno li affronta da solo. Dobbiamo vivere collettivamente, senza pensare a vincere da soli. Mi considero ricco anche se non ho nulla, perché sono ricco dell’affetto delle persone che mi conoscono e che pensano sia riuscito a dar loro qualcosa».

E gli ideali in cui ha creduto sono dimenticati o ancora attuali?

«Più che ideali erano sogni. E chi non sogna, non si pone degli obiettivi, è già morto. Rispondo citando Silvano, il suo impegno per la libertà e la sua voglia di combattere qualunque dittatura. È ancora il tempo di fare come lui perché di libertà e giustizia c’è un gran bisogno. Guai quindi a non avere sogni. Che poi si realizzino è un’altra cosa. Ma sono convinto che anche altri vorranno provare a realizzarli». —

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