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Amarcord Quarrata: «L’Ikea eravamo noi». L'epoca d'oro di un distretto svanito nel nulla

Nella foto a sinistra uno scorcio di via Montalbano oggi, a destra un’immagine di via Montalbano negli anni Settanta

Quando via Montalbano pareva Las Vegas: gite nel weekend per visitare i mobilifici. I ricordi, le battaglie e le scelte sbagliate: parlano i protagonisti

Quando l'Ikea eravamo noi, a Quarrata nel fine settimana c'erano le file. Ingorghi di auto, parcheggi introvabili. Folla sui marciapiedi, coppie mano nella mano e famigliole felici. Un lungo serpentone su via Montalbano, distesa d'asfalto che ardeva di desiderio, fila dritta in una piana un tempo assai operosa. Sono immagini in bianco e nero, oppure con i colori sbiaditi. Un'epoca d'oro che non ritornerà. Il regno del mobile imbottito messo al tappeto – restando in tema di arredi - più o meno in un decennio dai grandi magazzini, dalle produzioni a basso costo, da un mercato (e dai consumi) che preferisce la quantità alla qualità. Erano gli anni '70 e '80 e il paesone tra Pistoia e Prato, ai piedi del San Baronto, era tappa obbligata per chi voleva rinnovare casa. O per chi l'aveva appena comprata. Il boom di un'economia non ancora globalizzata, denaro nel portafogli e voglia di costruirsi un futuro. Ai lati della provinciale decine di “mostre”, facevano pensare a una nostrana Las Vegas. Il sostantivo per indicare i negozi – si direbbe showroom – spiega tutto: perché in quegli stanzoni c'era l'arte e la cultura del mobile, oggetti di pregio, fatti a mano, fatti in Italia, fatti a Quarrata. Ora le mostre – perlomeno la maggior parte – sono spazi vuoti, polverosi e sporchi, in rovina. Nessuno le vuole. Lo stesso le fabbriche: quante ancora sono diroccate, quasi macerie, allora sfamavano centinaia di famiglie, cuore pulsante di un distretto che ha spento le luci. Ma qualcuno resiste. E rievoca.

«IL LUNEDI' NIENTE SCUOLA»


Massimo Mantellassi, 51 anni, ricorda quando frequentava le scuole superiori, metà anni '80. «Il sabato e la domenica dovevo trovare il tempo di studiare per le lezioni del lunedì – racconta – ma il tempo non lo trovavo. La mostra era piena di clienti, uno dopo l'altro, dall'apertura fino a sera. Provavo a chiudermi in un ufficio sul retro, ma c'era sempre qualcuno che entrava e mi diceva: abbiamo bisogno di te. Da allora ho iniziato a lavorare per l'azienda di famiglia. E non sono più andato a scuola il lunedì». L'azienda di famiglia si chiama Mantellassi Casa, disegna e vende cucine, camere, librerie, armadi, c'è ancora oggi al civico 215 di via Montalbano.

IL TURISMO DEL MOBILE

«Ero bambino, ma ricordo benissimo la confusione dei weekend, via Montalbano intasata sia verso Pistoia che verso Prato», dice Giacomo Vegni, 43 anni, che insieme al fratello Fabio (35) è titolare della Vema, azienda da 25 dipendenti che realizza salotti di lusso e li esporta in tutto il mondo. «Forse è una forzatura – riprende – ma Quarrata in quegli anni era una località turistica». Figli d'arte: il padre Pietro, 70 anni, l'anno scorso nominato cavaliere dal prefetto di Pistoia e tra gli animatori della società di calcio Olimpia Quarrata, ha passato tutta la vita nel settore, prima caporeparto allo storico mobilificio Lenzi, poi fondatore della Vema negli anni '90. «Io ci sono entrato a 18 anni, posso dire di esserci cresciuto dentro», sottolinea Giacomo.

GLI SHOWROOM DIMEZZATI

«Noi abbiamo resistito perché gli spazi sono di proprietà – spiega Mantellassi – certo, trent'anni fa nei tre piani da 900 metri quadrati ciascuno era tutta esposizione di mobili. Poi abbiamo cominciato a dividere le superfici e a darle in affitto, riducendo piano piano il negozio. Oggi tutti i venditori che restano hanno almeno un piano vuoto, se va bene». Il marchio Mantellassi c'è dal 1926, avviato dal nonno Macario con produzione di salotti e commercio di legname. Negli anni, la famiglia si è divisa in tre aziende. Oggi siamo alla quarta generazione. Tutto un altro mondo, rispetto a prima. Aggiunge Giacomo Vegni: «Quando ero piccolo le mostre avevano sul retro la falegnameria e la tappezzeria, e fronte strada il negozio. Era un ciclo continuo, tutto made in Quarrata».

CONTRO LO STOP DOMENICALE

Rosita Testai è stata sindaca di Quarrata dal 1980 al 1987, periodo di massimo splendore del mobile. «In quegli anni la Regione fece un'ordinanza per la chiusura dei negozi la domenica – rammenta – ma noi la domenica facevamo grandi numeri. Ci fu una sommossa pacifica, andammo a Firenze. I mobilieri trovarono diversi escamotage, per esempio esponendo nei negozi oggetti d'arte e d'artigianato, come se fosse una specie di museo. E riuscirono a rimanere aperti anche la domenica».

L'ex sindaca ricorda Nello Lenzi («il pioniere dagli anni '60, con Mantellassi a ruota»), dagli anni '90 la vendita su catalogo (tipo Postalmarket) e sempre meno in mostra, e Ikea che poteva costruire in città («era un'ipotesi, ma i venditori pensavano che potesse fargli concorrenza...») e invece scelse Sesto Fiorentino. Testai, insieme a Paola Petruzzi, per edizioni L'Assemblea ha scritto “L'artigianato del mobile nel '900 a Quarrata”, disponibile nella biblioteca della Regione Toscana e consultabile online. «E' un libro per conservare la memoria e ricordare il nostro grande passato, oggi c'è come un rifiuto di quello che è stato, perché non potrà mai più esserlo», afferma.

SCELTE SBAGLIATE

«Restano meno di una decina di aziende produttive, forse una decina di esposizioni quando nei tempi passati erano un centinaio - dice Vegni – il settore negli anni ha cominciato a vendere a ribasso, con manodopera a basso costo, mettendosi sullo stesso piano dei centri commerciali. Poi è naufragato il Consorzio dei mobilieri e non è mai partita la Scuola della tappezzeria». «Molti venditori hanno fatto dei mobili una questione di risparmio», aggiunge Mantellassi. «Ed è anche saltata una generazione – va avanti Testai – di quelli che hanno preferito restare a bottega conservando quello che avevano, senza impegnarsi per cambiare qualcosa. E così il comparto vasto e ramificato non c'è più». E ora la folla va all'Ikea, è lì il “turismo” dei weekend. —

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