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Fallimenti pilotati e bancarotte: 89 rinvii a giudizio, ci sono anche due commercialisti pistoiesi

La procura di Pistoia contesta un danno complessivo a creditori truffati e Stato di oltre 50 milioni di euro

PISTOIA. Un’organizzazione specializzata nello “svuotare” imprese in crisi e nel pilotarne i fallimenti, truffando di volta in volta i fornitori o l’erario. Meccanismi messi in atto a più riprese, sempre secondo gli stessi schemi, che nel giro di una decina di anni avrebbero prodotto un danno complessivo a creditori e Stato di oltre 50 milioni di euro. Almeno secondo la procura di Pistoia, che, nel maggio 2018, al culmine dell’operazione “Amici nostri”, chiese e ottenne una serie di misure cautelari che portarono all’arresto di 27 dei 163 indagati complessivi.

Per 89 dei quali (4, coloro che sono ritenuti i capi, sono già sotto processo: Ignazio Ferrante, Vincenzo Fera, Paolo Fedi ed Emanuele Giacomelli) ieri è arrivato il rinvio a giudizio da parte del gup del tribunale, al termine di un’udienza preliminare che nelle ultime settimane è andata avanti a più riprese nell’aula bunker di Firenze, per consentire il rispetto del distanziamento anti Covid.


Tra coloro per i quali il prossimo 16 settembre inizierà il processo, anche il ragioniere commercialista Angelo Alberto Breschi, di Pistoia, l’ex ragioniere commercialista Massimo Morini (di Monsummano) e il figlio Massimiliano Morini (Pistoia), accusati di associazione per delinquere assieme ad Antonio Spedicato (Pistoia).

Oltre a disporre i rinvii a giudizio, la gup Patrizia Martucci ha emesso quattro sentenze: due patteggiamenti (un anno, la prima, e dieci mesi a seconda), un’assoluzione per non aver commesso il fatto e un non luogo a procedere, sempre per non aver commesso il fatto.

A ricostruire il modus operandi del gruppo furono i carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Pistoia. Uno dei primi casi documentati dall’inchiesta riguarda un’azienda dichiarata poi fallita nel 2011 dal tribunale. Secondo gli inquirenti, l’azienda aveva emesso fatture fasulle per forniture inesistenti, apparentemente erogate da aziende terze, che in realtà servivano solo a far sparire risorse aziendali. Così un’azienda di costruzioni risultava aver svolto dei lavori per 34.000 euro, un’altra per 83.700 e una terza addirittura per 451.800. In totale l’azienda poi fallita si è vista risucchiare dalla cassaforte in meno di due anni la cifra di 582.000 euro. Il giro di cambiali fasulle, poi, consentiva anche di dribblare il pagamento di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, con un relativo debito erariale che, nei due anni di attività, ha raggiunto il livello dei 117.000 euro.

Questo stesso schema d’azione sarebbe stato replicato diverse volte, secondo gli inquirenti, cambiando di volta in volta l’azienda “pilotata” dal gruppo di professionisti al vertice dell’organizzazione. Altre volte, invece, l’azienda di turno controllata dall’organizzazione consentiva ad altri imprenditori di evadere le imposte emettendo fatture per operazioni inesistenti, come la vendita di televisori, telefonini, materiale edile e così via. In un caso, ad esempio, un’azienda di cui Breschi risulta prima consulente, poi amministratore di diritto e infine socio unico, avrebbe emesso fatture per vendite ad un’altra azienda pari a un valore di quasi 5 milioni in 13 mesi.

La maggior parte degli 87 imputati rinviati a giudizio farebbe parte proprio della schiera di piccoli imprenditori e di prestanome coinvolti. Per lo più si tratta di persone residenti in provincia di Pistoia, ma tra loro ce ne sono anche di Prato, Montespertoli, di Cerreto Guidi.

Nel corso dell’operazione fu eseguito il sequestro preventivo ai fini della confisca di 8 aziende fra Pistoia, Buggiano e Montelupo dei settori ristorazione, movimento terra, edilizia e vendita di tabacchi. Scattò inoltre il sequestro preventivo “per equivalente” di beni immobili e mobili nonché di conti correnti e depositi bancari per un ammontare di circa 36 milioni di euro. —

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