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Coronavirus in provincia di Pistoia, tutto è iniziato con una partita a carte: in un anno 341 vittime

Viveva alla Ferruccia il pensionato prima vittima del Covid. Il lockdown, l’estate e a novembre il pronto soccorso chiuso

PISTOIA. Da quando, esattamente, il mostro vive accanto a noi? A Pistoia lo spettro del virus si manifestò per la prima volta il 27 gennaio, all’autogrill di Serravalle, dove verso sera si sentì male una donna di nazionalità cinese in gita turistica insieme a dei connazionali. Subito ricoverata al San Jacopo, risultò negativa dopo poche ore. Quasi un mese dopo, il 24 febbraio, venne ricoverato il primo vero paziente di Covid, un informatico di Pescia di 49 anni, appena rientrato da Codogno, dove era stato per lavoro. Il 27 fu dichiarato guarito. Erano i giorni in cui si discuteva ancora di quanto potesse essere letale il Coronavirus. Poi iniziò, anche in provincia, il rosario nero dei decessi. Il primo porta la data del 13 marzo: Baldino Baldi era un pensionato aglianese di 70 anni e viveva alla Ferruccia. Nel giro di pochi giorni anche gli altri tre amici con cui giocava abitualmente a carte al circolo ricreativo, furono portati via dall’epidemia.

Nel capoluogo invece la prima vittima fu una anziana di 88 anni, che venne a mancare il 20 marzo. Dopo di lei furono in tanti, in quella terribile primavera, ad andarsene. Tanto che per qualche giorno Pistoia ebbe il primato toscano dei decessi in rapporto alla popolazione. Poi l’allarme statistico rientrò, ma non il dolore straziante per ognuna delle vittime del Covid. Che anche al San Jacopo, come in tutti gli altri ospedali, morivano senza la vicinanza dei loro cari, assistiti solo dal grande impegno di medici, infermieri e operatori sanitari, che si trovarono a fronteggiare poco più che a mani nude una pandemia che stava diventando mondiale.


Fuori dalle mura dell’ospedale nel frattempo era scattato il lockdown totale. E accanto all’emergenza sanitaria, si faceva sempre più forte quella economica. Il 29 aprile i ristoratori, chiedendo aiuti immediati, si ritrovarono in piazza del Duomo per consegnare le chiavi dei loro esercizi al sindaco Tomasi. In quei giorni rimase chiusa a lungo anche la fabbrica Hitachi Rail, che riaprì i battenti, con mille cautele, solo il 4 maggio.

Ma con il crescere della temperatura esterna anche la morsa della pandemia si allentò. Il 9 maggio chiuse la sua attività la centrale Cross, quella installata sotto la sede del 118 al vecchio Ceppo. Di lì gli operatori coordinati dal dottor Piero Paolini avevano coordinato per mesi gli spostamenti dei pazienti Covid negli ospedali italiani. Due giorni dopo all’ospedale San Jacopo si iniziò lo smantellamento dei reparti provvisori creati per accogliere l’ondata dei malati (fino a 161 su 400 letti totali). Il 18 maggio fu un giorno di sollievo, con la riapertura di bar, ristoranti e negozi, dopo i mesi di emergenza. Iniziò così l’estate di libertà vigilata, dove molti sognarono di essersi lasciato l’incubo finalmente alle spalle. Il 31 luglio il presidente della Regione Rossi venne ad inaugurare il nuovo reparto cure intermedie allestito a tempo record al Ceppo.

Passarono anche settembre e metà di ottobre, quando la speranza che tutto fosse finito affondò piano piano in un numero crescente di positivi e poi di morti. No, il mostro era sempre tra noi. E il pomeriggio dell’8 novembre l’Asl fu persino costretta a chiudere per 15 ore il pronto soccorso, che rischiava di collassare sotto la pressione dei nuovi casi. Gli ospedali finirono di nuovo sotto pressione e fu necessario congelare gli interventi chirurgici non urgenti. Insomma, tutto come prima. Natale e Capodanno, così, sono passati quasi in silenzio. A gennaio i primi segni di miglioramento, mentre si cominciano a fare i vaccini. Ma dall’inizio di questo mese i numeri sono tornati a preoccupare. Fa paura la terza ondata, anche perché rispetto al marzo 2020 sappiamo molte cose di più e forse riusciremo a vaccinarci, ma siamo tutti sfibrati da un anno terribile. —

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