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Fronges va in pensione. 42 anni da medico al servizio della gente

Il dottor Daniele Fronges (Foto Gori)

Tra i suoi assistiti la notizia ha suscitato attestazioni di stima ed emozione: la nostra intervista

PISTOIA. Dopo 42 anni di servizio, prestato perlopiù nell’area nord della città di Pistoia, il dottor Daniele Fronges lo scorso 31 dicembre è andato in pensione. Tra i suoi assistiti la notizia ha suscitato attestazioni di stima ed emozione.

«Questo mi ha commosso, mi fa pensare che fossero legati a me non solo professionalmente», dice. Attivo nella zona comprendente frazioni come Candeglia, Baggio e Santomoro – la stessa in cui è nato nel 1952 – il dottor Fronges ha visto cambiare una professione dove però nessuna innovazione tecnologica potrà mai sostituirsi al rapporto umano con il paziente.

Dottor Fronges, come è diventato medico?

«Mi sono laureato a Firenze nel ’77 e dopo aver svolto servizi di guardia medica e di medicina scolastica, nonché un anno e mezzo in ospedale a Pistoia, ho iniziato a lavorare nel ’79 come medico di medicina generale. Dopo il liceo classico Forteguerri mi sono iscritto alla facoltà di medicina come altri amici, optando poi per questa specifica strada e conseguendo una specializzazione in geriatria funzionale in tal senso».

Quanto conta il lato umano nel rapportarsi al paziente?

«Tantissimo. Rispetto ad altre figure, in questa professione non disponiamo di particolari strumenti tecnologici, mentre il rapporto umano è appannaggio della medicina di famiglia. Il colloquio, la conoscenza diretta e a volte amichevole ci aiutano a capire la persona, con le sue patologie. Oggi comunque si stanno affermando anche altre concezioni che comprendono l’ausilio di mezzi tecnologici, come ad esempio quelli per eseguire ecografie di primo livello. Non sono conservatore, è giusto cambiare».

A proposito di cambiamenti, quali ha registrato negli ultimi anni?

«L’uso del computer ci ha obbligato a essere più precisi e mentalmente ordinati, ma ci ha richiesto molto tempo per la gestione dell’ambulatorio – tempo che di conseguenza è stato sottratto al rapporto con il paziente. Anche la gestione telefonica è un aspetto importante, specie in quest’ultimo periodo. I giovani medici dovranno conciliare bene il lato professionale con queste nuove incombenze».

I suoi ultimi mesi di servizio hanno coinciso con l’emergenza sanitaria.

«L’ultimo anno è stato intenso, anche in questa zona c’è stata una percentuale di positivi e, tra i miei pazienti, purtroppo tre decessi. È stato un periodo pesante inoltre per la gestione dell’ambulatorio, con l’esigenza di organizzare su appuntamento e di limitare i contatti: in questo caso la pandemia comanda tutto e bisogna adeguarsi».

Quali le sue impressioni sull’attuale situazione?

«I primi tempi le notizie dalla Cina sembravano lontane, l’esperienza della Sars e della Mers non faceva pensare a ciò che è invece accaduto. Siamo stati colti alla sprovvista, a marzo eravamo in allarme. Poi ci siamo aggiustati, la sanità regionale ci ha aiutati con le Usca e per i pazienti più problematici. Ora la situazione è ancora complessa ma siamo più organizzati: in Toscana non ci possiamo lamentare del servizio sanitario».

Un messaggio ai suoi assistiti?

«Vorrei consigliare loro di continuare ad avere fiducia nei medici di famiglia, come hanno sempre mostrato di fare con me. I giovani che talvolta mi hanno sostituito sono medici preparati e competenti. È importante intrattenere un buon rapporto con il medico di medicina generale, che è il mediatore tra il paziente e la sanità regionale. In questo senso penso di essere stato fortunato: il rapporto con le persone è sempre stato sereno e improntato alla semplicità». – RIPRODUZIONE RISERVATA