Diciotto positivi nella Casa famiglia, la direttrice: «Quando tutto sarà finito, venite qui a portare sorrisi e qualche biscotto»

Intervsista a Mariarosa Bragion, responsabile della struttura di Quarrata

QUARRATA. «Con i parenti si trema insieme a ogni variazione di livello del saturimetro o misurazione della temperatura. Il loro sollievo nel leggere in un messaggio che la notte è stata tranquilla è pari soltanto al mio che l’ho inviato: so che siamo solo all’inizio e che la “bestia” picchierà duro. Perché le piace di più divorare i deboli (e Dio solo sa quanto lo siamo)».

Giornate lunghe, sfiancanti. Ma più che altro dolorose, sapendo che il Covid ce l’ha fatta a entrare, insinuandosi tra quelle mura. Mariarosa Bragion è la responsabile della struttura. Lei vive lì, nella Casa famiglia Oami di Quarrata (che accoglie persone con disabilità psico-fisica), in prima linea, sempre, per i suoi 18 ragazzi. Quegli stessi che, purtroppo, sono risultati positivi al coronavirus.


Giornate sfiancanti, dicevamo. Con indosso la visiera, la tuta, la mascherina, sempre. Quasi una seconda pelle, insomma. Ma la responsabile della struttura non si lascia abbattere perché, accanto a lei, c’è l’affetto di tante persone.

«Qui, a Quarrata, siamo amati da chiunque entri dalla nostra porta – racconta Bragion – E adesso che è entrato il coronavirus ancora di più. Perché qui chiunque è sempre stato accolto come un possibile portatore di carezze e di cappuccini offerti al bar. A nessuno dei nostri ragazzi, infatti, importa chi sia a varcare la soglia della casa famiglia. Basta un abbraccio o una risata. Ma ora al dolore si aggiunge altro dolore. E a noi, che di disabilità psico-fisiche ne abbiamo un catalogo, non ci pare giusto».

Bragion ricorda che, fino a poco tempo fa, la Casa famiglia Oami era un piccolo mondo colorato da un viavai di gente.

«C’era chi ci regalava l’insalata, le cassette di frutta o i pacchi di pannoloni, mentre le signore ci cucivano i bavagli. Tutto ora ci torna indietro, ma non più come cordiale amicizia. Ora è affetto – prosegue la responsabile – Sconosciuti mi telefonano e mi chiedono se possono portare delle pizze. Il telefono squilla in continuazione, così tanto da non riuscire più a lavorare perché, dall’altro capo, vogliono salutare i ragazzi. E poi l’Asl che si è messa a disposizione, i medici con cui ora si parla a sguardi perché le parole restano in gola. Alcuni ragazzi hanno troppo freddo per la stagione, qualcuno ha la febbriciattola che ora non è più banale, qualcuno tossisce in modo che sarebbe normale se fosse un novembre qualsiasi. Ma ora non abbiamo altro nella vita che queste ore di cura».

«Quando tutto sarà finito venite qui a portarci sorrisi e qualche biscotto di quelli che la dieta dell’Asl vieta – conclude Bragion – Entrate, prendeteci per mano e chiedeteci come stiamo. Noi metteremo la musica e spalancheremo tutte le porte perché è di questo che abbiamo bisogno. Di tutto, è vero. Ma di voi ancora di più».

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