L’età dell’oro di Quarrata che fu capitale del mobile

L’imprenditore Claudio Bonfanti ricorda i tempi «in cui tutti volevano lavorare qui, poi la situazione è cambiata perché non ci sono stati gli investimenti giusti»

QUARRATA. «Negli anni ’50 Quarrata era il centro del mondo nel settore del mobile. Grazie ad aziende come Lenzi, i designer più famosi del mondo lavoravano qui. Tutti venivano qui a comprare. Tutti volevano lavorare qui. Poi, anno dopo anno, la situazione è cambiata: perché per lavorare a livelli così alti bisogna fare investimenti. E per vari motivi, mentalità e incapacità, non ci siamo riusciti».

Claudio Bonfanti ha cominciato a lavorare all’inizio degli anni ’70, prima come dipendente, poi avviando un’attività tutta sua. Benché il boom economico fosse un lontano ricordo, l’economia quarratina girava ancora a pieno regime: «Si avvertiva che c’era tanto spazio, tante possibilità per fare bene per chi il lavoro sapeva farlo – racconta – C’erano tante aziende qui sul territorio che lavoravano per il mercato interno e che facevano una fortuna. Per noi che cominciavamo ad affacciarsi nel settore, lavorare in questo clima era abbastanza semplice. Davanti avevamo un mare intero da conquistare».


Eppure a vedere come sono andate le cose, resta soprattutto l’amaro in bocca per non essere riusciti a fare il salto di qualità: «Andava fatto negli anni ’60/’70, prima che si scatenasse una spietata concorrenza tra le aziende del territorio e del comparto – spiega – Le aziende, poche, che adesso sono grandi, lo sono perché hanno sfruttato l’opportunità di quel periodo. Adesso è troppo tardi: il settore dell’arredamento è cambiato troppo. Quelli che sono stati clienti dei produttori di mobili adesso non ci sono più, o ce ne sono sempre meno. Ormai tutti comprano online. Oppure acquistano nelle grandi catene di distribuzione. Cinquant’anni fa, il fine settimana, nei negozi di mobili in viale Montalbano, c’era la fila fuori dalla porta».

Impossibile non fare paragoni con la situazione attuale. «Sono rimaste la macerie» afferma sconsolato Bonfanti.

In effetti adesso il “biglietto da visita” della città del mobile è un susseguirsi di fondi commerciali vuoti, sfitti, spesso sporchi. Colpa di un settore produttivo che non esiste quasi più. Complice anche la mancanza di ricambio generazionale?

«Sicuramente. Ai miei tempi andavamo di azienda in azienda per cercare lavoro. Invece adesso nessuno viene a chiedere di lavorare. Quello che manca però non sono solo i giovani che vogliono imparare un mestiere – spiega – Mancano anche le persone di esperienza in grado di insegnarlo quel lavoro. Ormai ne rimangono sempre meno, complice l’età. Giorno dopo giorno stiamo perdendo quella grande maestria di artigiani che avevamo a disposizione. Soprattutto perché ci siamo appiattiti su un prodotto sempre più standardizzato e uguale a se stesso. Non c’è stata possibilità di evolversi. O mobile imbottito, o mobile scorniciato. Non si scappava da qui. Ai miei tempi un tappezziere o un falegname erano artigiani nel vero senso della parola. Adesso ci sono solo operai che eseguono dei compiti».



Da qui a parlare di quanti ostacoli abbia posto sul cammino del fare impresa la burocrazia, il passo è breve: «Sì perché è strettamente legato al ricambio generazionale. Qualche decennio fa era ancora possibile imparare un mestiere (perché di mestiere si parla, di essere capaci di creare con le mani, non di semplice lavoro) attraverso l’apprendistato in bottega. Adesso invece, sia da un punto di vista normativo che economico, per un’azienda è impossibile dare ai ragazzi il tempo di fare la gavetta. Ci vorrebbero regole che tutelassero entrambi: sia l’imprenditore che vuole formare il giovane, sia il giovane che ha diritto a non essere sfruttato».

Collegare in sintesi gli interessi del mondo del lavoro con quelli del mondo della scuola: «Sarebbe la strada giusta, ma serve partecipazione vera da parte delle aziende. E su questo, l’esperienza lo dimostra, non c’è da farsi illusioni. La presenza dell’Istituto d’arte a Quarrata potrebbe, e in passato in parte lo è stato, uno stimolo. Riuscire a non trovare una sinergia tra questi due mondi, riuscire a non trovare un modo per coinvolgere chi studia e chi lavora: questo è un disastro. Una sconfitta».

A proposito di sinergie si è tentata anche la strada dei consorzi. Lei come la valuta?

«È stata un’utopia più che una teoria da mettere in pratica – conclude Bonfanti – Questo perché mettendo insieme molte debolezze ciò che ottieni non è una forza. Gli imprenditori si annullano l’un l’altro, non si fidano… E le grandi aziende dell’arredamento non sono diventate ciò che sono consorziandosi, ma investendo nel momento giusto. A Quarrata sono mancate la capacità e la cultura imprenditoriale: avremmo dovuto qualificare il mobile quarratino vendendo la qualità del prodotto, non il prezzo. Non ci siamo riusciti e ciò che ci sono rimaste sono le macerie».