Quarrata, ascesa e declino della capitale del mobile

Luciano Magni è un nome storico del settore del mobile a Quarrata, oltre che un affezionato lettore del “Tirreno”: «Lo compro da quando è arrivato in provincia di Pistoia, era il 1989». Nella foto a destra in alto: Magni mostra una bicicletta in legno e, in quella sotto, la poltrona Rumba. (Fotoservizio di Lorenzo Gori)

Luciano Magni è un delle memorie storiche del settore: «Oggi non ci sono più maestri che formano i giovani, è stato perso il saper fare della bottega» 

QUARRATA. Ha lavorato con alcuni dei designer più rinomati: Nanda Vigo, David Palterer, Andrea Nannetti. È stato testimone e protagonista dell’epoca dei consorzi del mobile. E nonostante la meritata pensione, è ancora oggi uno degli artigiani del mobile più apprezzati per conoscenza e manualità.

Luciano Magni è una delle memorie storiche di Quarrata quando si parla di mobile: «Ho cominciato a lavorare nel ’68 mettendomi in proprio (ma già lavoravo dal ’56 come dipendente), dopo essermi formato, come tanti altri, nelle aziende più importanti di quegli anni: Lenzi, Altobelli, Mantellassi, Lunardi, Borracchini, Nieri. Negli anni ’70 chiunque avesse un piccolo laboratorio apriva partita Iva come tappezziere, spesso lavorando come terzista e mettendo a frutto ciò che aveva imparato nelle grandi aziende. Si formarono tutta una serie di piccoli laboratori che, grazie ai costi più bassi che l’artigiano doveva sostenere rispetto all’azienda, cominciarono a fare concorrenza sul mercato, intercettando i modelli di salotti che andavano di più».


Nel 1969 Quarrata diventa città per decreto del Presidente della Repubblica. L’economia del mobile si è ormai sviluppata con tutte le attività accessorie (produzione di fusti, lavorazione di resine espanse, servizi di trasporto, lucidature), comprese quelle del settore terziario. Adesso Quarrata ha tutto ciò che serve per far muovere la propria economia del mobile. È nato ormai un vero e proprio distretto. È nata la “città del mobile”.

«Si crearono molte occasioni di lavoro. Ma anche tanti imprenditori improvvisati che, col senno del poi, era meglio fossero rimasti semplici terzisti – analizza Luciano – Un mancanza di mentalità manageriale che ci siamo portati avanti nel corso di molti anni. L’errore è stato preferire puntare su un prodotto a prezzi più bassi, per allargare le possibilità di mercato e avere più clienti; piuttosto che puntare su meno produzione, meno clienti, ma con costi più alti e più margini di guadagno».

Parte una concorrenza spietata tra artigiani che indebolirà e impoverirà tutto il settore. Complice anche qualche scelta politica poco lungimirante: «L’apertura di Ikea negli anni ’70 sarebbe stata un bene, avrebbe portato persone che avrebbero potuto vedere che differenza c’era tra il salotto di qualità quarratino e un prodotto di massa – spiega Luciano – Inoltre avrebbe aiutato a far capire che quel mercato non andava aggredito, ma lasciato ad Ikea. Qui c’erano eccellenze artigianali che andavano utilizzate per un prodotto di alta fascia».

Quarrata era stata scelta dalla multinazionale svedese per la sua posizione strategica. Ma anche dal punto di vista infrastrutturale, negli anni seguenti, poco o nulla è stato fatto per migliorare la condizione delle aree industriali o artigianali.

«Tutti hanno commesso degli errori, sia gli imprenditori sia la politica. Poi ovviamente sono anche le logiche del mercato a decidere chi sopravvive e chi no. In questo sia la scarsa mentalità, sia la crescente pressione fiscale non hanno aiutato».

A proposito di mercato, quanto ha influito la diminuzione del potere d’acquisto della famiglia “media”?

«Tanto, ma non è stato solo quello a far collassare il settore – analizza Luciano – La voce “arredamento” era una di quelle che muoveva più denaro. Adesso invece, per svariati motivi, non è più così: non solo perché le famiglie possono spendere meno, ma anche perché le priorità sono cambiate. Oggi se hai soldi ti compri la macchina nuova e magari vivi in 50 metri quadri. Negli anni ’70 era il contrario: le case mediamente erano più grandi e arredarle con gusto e qualità era la priorità di molti».

Dell’esperienza dei consorzi invece cosa può dirmi? «Ho sempre creduto nell’esperienza dei consorzi perché credo veramente che “l’unione fa la forza” – dice Luciano – Ma se vuoi stare su mercati di alta fascia e aggredirli hai bisogno di investimenti: in modellistica, in comunicazione, in prototipazione. Molti abbandonarono fin da subito perché quegli investimenti non potevano permetterseli o perché non li ritenevano congrui. Poi subentrarono divergenze di vedute e il consorzio andò a scomparire». –

Uno dei rimpianti più grandi però rimane quello di non aver visto continuare la grande tradizione artigianale che negli anni ’50 e ’60 aveva saputo costruire un intero settore: «Non ci sono più maestri che formano i giovani, come accadeva quando ho iniziato a lavorare. Si è perso il saper fare della bottega, inteso come saper fare manuale e intellettuale. Giovani che vogliono imparare il mestiere del falegname o del tappezziere ce ne sono sempre meno. E le aziende non possono permettersi di assumerli perché costerebbero troppo».