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Fallimenti pilotati, bancarotte e truffe: la procura di Pistoia chiede 101 rinvii a giudizio

Il pm Claudio Curreli durante la conferenza stampa per gli arresti del maggio 2018 (foto Gori)

Il pm titolare dell'inchiesta: svuotavano imprese in crisi danneggiando fornitori ed erario

PISTOIA. Un’organizzazione specializzati nello “svuotare” imprese in crisi e nel pilotarne i fallimenti, truffando di volta in volta i fornitori o l’erario. Meccanismi messi in atto a più riprese, sempre secondo gli stessi schemi, che nel giro di una decina di anni avrebbero prodotto un danno complessivo a creditori e Stato di oltre 50 milioni di euro. Almeno secondo la procura di Pistoia, che, nel maggio 2018, al culmine dell’operazione “Amici nostri” dette esecuzione ad una serie di misure cautelari che portarono all’arresto di 27 dei 163 indagati complessivi. Per 101 dei quali (4, coloro che sono ritenuti i capi, sono già sotto processo: Ignazio Ferrante, Vincenzo Fera, Paolo Fedi ed Emanuele Giacomelli) adesso il pm titolare dell’inchiesta, Claudio Curreli, ha chiesto il rinvio a giudizio.

A notificare gli avvisi per l’udienza preliminare, fissata per il 30 novembre, sono stati i carabinieri del Nucleo investigativo del comando provinciale di Pistoia, gli stessi investigatori che allora, con l’ausilio della Finanza, riuscirono a smascherare il sodalizio criminale. Tra coloro per i quali la procura ha chiesto il processo, anche il ragioniere commercialista Angelo Alberto Breschi, di Pistoia, l’ex ragioniere commercialista Massimo Morini (di Monsummano) e il figlio Massimiliano Morini (Pistoia), accusati di associazione per delinquere assieme ad Antonio Spedicato (Pistoia).

I capi di imputazione contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio notificata dai carabinieri consentono di ricostruire il modo di agire del gruppo. Uno dei primi casi documentati dall’inchiesta riguarda un’azienda dichiarata poi fallita nel 2011 dal Tribunale di Pistoia. Secondo gli inquirenti, l’azienda aveva emesso fatture fasulle per forniture inesistenti, apparentemente erogate da aziende terze, che in realtà servivano solo a far sparire risorse aziendali. Così un’azienda di costruzioni risultava aver svolto dei lavori per 34.000 euro, un’altra per 83.700 e una terza addirittura per 451.800. In totale l’azienda poi fallita si è vista risucchiare dalla cassaforte in meno di due anni la cifra di 582.000 euro. Il giro di cambiali fasulle, poi, consentiva anche di dribblare il pagamento di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, con un relativo debito erariale che, nei due anni di attività, ha raggiunto il livello dei 117.000 euro.

Questo stesso schema d’azione sarebbe stato replicato diverse volte, secondo gli inquirenti, cambiando di volta in volta l’azienda “pilotata” dal gruppo di professionisti al vertice dell’organizzazione. Altre volte, invece, l’azienda di turno controllata dall’organizzazione consentiva ad altri imprenditori di evadere le imposte emettendo fatture per operazioni inesistenti, come la vendita di televisori, telefonini, materiale edile e così via.

In un caso, ad esempio, un’azienda di cui Breschi risulta prima consulente, poi amministratore di diritto e infine socio unico, avrebbe emesso fatture per vendite ad un’altra azienda pari a un valore di quasi 5 milioni in 13 mesi.

La maggior parte dei 101 indagati a cui è stata notificata la richiesta di rinvio a giudizio fa parte proprio della schiera di piccoli imprenditori e di prestanome coinvolti. Per lo più si tratta di persone residenti in provincia di Pistoia, ma tra loro ce ne sono anche di Prato, Montespertoli, di Cerreto Guidi, del Pisano (San Miniato, Santa Croce, Pontedera, Vicopisano) e della Lucchesia (Massarosa, Altopascio, Capannori, Lucca).

Nel corso dell’operazione fu eseguito il sequestro preventivo ai fini della confisca di 8 aziende fra Pistoia, Buggiano e Montelupo dei settori ristorazione, movimento terra, edilizia e vendita di tabacchi. Scattò inoltre il sequestro preventivo “per equivalente” di beni immobili e mobili nonché di conti correnti e depositi bancari per un ammontare di circa 36 milioni di euro.

I due ragionieri commercialisti Ignazio Ferrante e Vincenzo Fera, accusati di associazione per delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta, all’evasione fiscale, al riciclaggio e alle truffe, sono già sotto processo dal 19 febbraio dello scorso anno, assieme agli imprenditori Paolo Fedi,di Pistoia, ed Emanuele Giacomelli, di Quarrata. Per i quattro infatti, sottoposti all’epoca a misure cautelari restrittive, il pm Claudio Curreli, aveva il giudizio immediato cautelare, ritenendo di aver in mano prove tali da poter saltare la fase dell’udienza preliminare. Ignazio Ferrante, di Pistoia (difeso dagli avvocati Giuseppe Roscitano e Rocco Ceravolo), e Vincenzo Fera, di Serravalle Pistoiese (difeso da Claudio Del Rosso ed Eriberto Rosso), sono ritenuti dagli inquirenti i capi e i promotori del sodalizio criminale.

Il processo in corso in tribunale è al momento ancora nella fase in cui in aula vengono ascoltati i testimoni dell’accusa.