Abusi sessuali sul lavoro perché è lesbica: in carcere i due colleghi

La Cassazione in una foto d'archivio

Definitiva la condanna a 4 anni di reclusione. La ragazza aveva sporto denuncia dopo aver subito in silenzio per mesi

PISTOIA. I problemi, per lei che in quel posto ci lavorava da tempo, erano iniziati quando i colleghi avevano saputo del suo orientamento sessuale. E avevano iniziato a tormentarla. Sempre più pesantemente col trascorrere dei mesi. Dopo le parole, erano arrivati i fatti: molestie continue e, poi, veri e propri agguati in cui, sorprendendola alle spalle, la denudavano tirandole giù i pantaloni, per farle capire che andare con un uomo le sarebbe piaciuto molto di più. Nessun rapporto consumato, ma violenze sessuali in piena regola. Anche secondo la legge. E per tale reato i due colleghi di lavoro della ragazza adesso sono finiti in carcere. Dietro le sbarre dovranno scontare la condanna a 4 anni di reclusione, divenuta definitiva dopo che la Cassazione ha respinto il loro ricorso verso la sentenza d’appello. Alcune mattine fa sono stati prelevati dai carabinieri e portati nella sezione “protetti” della casa circondariale di La Spezia.

Per tutelare la vittima di questa grottesca vicenda, non possiamo pubblicare le generalità dei due condannati, un italiano oggi 40enne e un albanese di 29 anni. Né indichiamo il comune del Pistoiese in cui è avvenuta.

È il giugno 2011. La ragazza (la chiameremo Maria, per semplicità di narrazione), allora poco più che ventenne, lavora da tempo in un’azienda artigiana a conduzione familiare. Con gli altri dipendenti si è sempre trovata bene. Fino al giorno in cui si viene a sapere che è gay. Il figlio del titolare e uno dei dipendenti iniziano a tormentarla. Quelle che all’inizio sono battute a sfondo sessuale si trasformano in offese sempre più pesanti. Lei sopporta in silenzio. Poi la situazione degenera. Un giorno la sorprendono alle spalle. Uno la tiene ferma, l’altro le tira giù pantaloni da lavoro e mutandine. «Altro che donne, ti faccio cambiare io, non urlare, non urlare» le grida. «Prendi il mattarello» rincara l’altro mentre le palpano le parti intime. Maria urla, chiede aiuto. Accorre la moglie del titolare, che fa una scenata al figlio e all’altro ragazzo.

Sembra tutto finito, ma non è così. Episodi simili si ripetono altre cinque o sei volte nelle due settimane successive. Tant’è che la moglie del titolare, mortificata, regala a Maria una cintura, cosicché i pantaloni non possano più esserle sfilati così facilmente. Inutile. È lo stesso figlio a tornare alla carica alcuni giorni dopo: la denuda di nuovo, la tocca, lei grida e a salvare Maria è sempre la moglie del titolare.

Così come il 3 luglio successivo. Maria è chinata in avanti per eseguire una lavorazione quando l’altro collega, il giovane albanese, si apre i pantaloni e le si sfrega contro. Lei urla, scappa, lui la insegue urlandole frasi oscene. Mentre nessuno degli altri dipendenti interviene per difenderla: come nelle altre occasioni, fanno finta di non sentire.

Insomma, una situazione sempre più insostenibile, tanto che Maria (che di tutto questo non fa parola con alcuno, nemmeno a casa) inizia a soffrire di attacchi di panico: disturbo post traumatico da stress cronico diagnosticherà in seguito il perito del tribunale. A settembre la ragazza va in malattia per una settimana, poi è il titolare dell’attività, a conoscenza della grave situazione, che le regala una settimana di ferie. Non basta. La sera prima del ritorno al lavoro, Maria si sente male e viene portata al pronto soccorso. Solo a quel punto confida le violenze subite ai genitori: la madre adesso capisce il motivo di quelle paia mutande strappate, trovate tra la biancheria. Il padre va dai carabinieri, che convocano i due colleghi della ragazza, e il titolare dell’azienda, che promette che non farà succedere più niente del genere. Quel pomeriggio però il giovane albanese, insieme a tre amici, affianca l’auto su cui si trova Maria: cerca di intimidirla. Il giorno dopo la ragazza e il padre tornano perciò dai carabinieri e formalizzano la denuncia: il reato è violenza sessuale.