Gli "uomini del grano", eroi senza medaglie: la storia di Corsino e Mario

Un gruppo di sminatori

Chi erano gli "sminatori", che dopo la guerra bonificarono i campi attorno a Pistoia spesso al prezzo della loro vita. La storia di Corsino e di Mario. E di due famiglie che si ritrovano dopo settant'anni

PISTOIA. Sono conosciuti come gli “Uomini del grano”. Il loro compito fu quello di restituire nuova vita ai campi e alla semina, dopo la devastazione della seconda guerra mondiale, nelle terre coltivabili attorno a Pistoia. Per mesi e mesi scandagliarono palmo a palmo ogni fazzoletto di terra in cui le truppe tedesche, in ritirata lungo la Linea Gotica verso il nord Italia, ma anche gli aerei di inglesi e americani, avevano gettato migliaia di bombe. Un campo minato dove si mossero armati solo di uno spunzone di ferro, lungo poco più di un metro e mezzo, utilizzato per individuare gli ordigni, per poi farli brillare, risanando l'intero territorio pistoiese. Boschi, campi, terreni incolti e strade. Per oltre dieci mesi, furono impiegati in quell'attività di “servizio di bonifica dei campi minati” organizzato dall'esercito italiano. Della quarantina di uomini che si contavano alla partenza, immediatamente dopo la liberazione della città di Pistoia l'8 settembre del 1944, sopravvissero soltanto in nove. Tutti gli altri, settimana dopo settimana, saltarono in aria, proprio a causa di quegli ordigni che avevano il compito di eliminare per far sì che la popolazione potesse tornare a una vita normale.

Mario Meini e Corsino Corsini

Corsino e Mario, amici e sminatori

Un lavoro duro, quello degli sminatori, ogni giorno a tu per tu con la morte, e in molti casi forzato dalla necessità di portare a casa qualche soldo per mantenere la famiglia, dopo anni in cui la guerra gli aveva portato via tutto, lasciando dietro di sé solo miseria e fame. Tra coloro che scelsero quella strada, nel desiderio di ridare dignità e speranza alla loro vita e a quella dei loro figli, ci furono anche Corsino Corsini e Mario Meini, entrambi poco più che quarantenni e padri, rispettivamente, di Mammola e Mimosa e di Paola. Il primo, con un passato da chiccaio (il suo banco, prima della guerra, addolciva l'ingresso al cinema Modernissimo in via Buozzi) e il secondo che, invece, lavorava nella merceria di via di Stracceria. E proprio il loro lavoro nel centro cittadino, prima dello scoppio del conflitto, li aveva fatti conoscere. Un'amicizia che, consci delle reciproche difficoltà, alla fine del 1944, li aveva spinti a cominciare insieme quel nuovo lavoro come sminatori, pericoloso sì, ma pur sempre redditizio.

L'ultimo giorno: 18 gennaio 1945

Corsini e Meini erano insieme anche nel loro ultimo giorno, quella mattina del 18 gennaio 1945, quando persero la vita al Poggiolino, località a due passi da Ponte Calcaiola sulla via Modenese, proprio a causa dell'esplosione di una bomba che non  lasciò loro scampo. Il luogo della morte dei due sminatori, giovani mariti e padri di famiglia, è rimasto incerto per anni. Poi, grazie alla costanza del nipote di Corsini, che porta lo stesso nome del nonno, e alle ricerche di Daniele Amicarella, autore di numerosi saggi di storia militare e profondo conoscitore della Linea Gotica, è stato possibile raccogliere le testimonianze di una famiglia che, da generazioni, vive nella zona e che ha indicato il punto esatto dell'esplosione. In quel luogo delle memoria, o in qualsiasi altro angolo di montagna o di città, legato alla morte del nonno o delle altre decine di sminatori, Corsino Corsini ha sempre voluto posizionare un cippo alla memoria di chi ha sacrificato la propria vita per donarne una più sicura a chi sarebbe arrivato dopo. Una battaglia che l'uomo porta avanti da anni, senza successo. Perché, a differenza di altre città dove il riconoscimento per chi morì lavorando come sminatore è arrivato (ne sono un esempio i comuni di Lucca o Seravezza), a Pistoia questo non è mai avvenuto, nonostante la lista delle vittime sia molto lunga.

«La prima richiesta consegnata al Comune - ricorda Corsini - risale al 2006. Come Circoscrizione 1 (centro storico) votammo un documento che proponeva l'intitolazione di una via o di una piazza dell'area, in via di realizzazione, alla Breda est (dove oggi sorgono la Cattedrale e la biblioteca San Giorgio, ndr). Ma non c'è stato niente da fare. Le richieste sono proseguite negli anni, ma per mio nonno e per tutti gli altri sminatori non è mai arrivato alcun riconoscimento».

L'incontro dopo 70 anni

Un rammarico che, però, non frena Corsini. È anche grazie alla sua perseveranza, infatti, che alla storia di morte e disperazione della famiglia di suo nonno e di Meini se ne è intrecciata una di grande gioia e amicizia. Poco più di un mese fa, infatti, è avvenuto l'incontro – a distanza di oltre 70 anni – tra una delle figlie di Corsino Corsini, Mammola, e la nipote di Meini, Alessandra Querci. La donna è la figlia di Paola Meini, che oggi vive a Padova, ma che nel gennaio 1945 frequentava il convitto delle Crocifissine proprio insieme alle sorelle Mammola e Mimosa. Tre bimbe, grandissime amiche, rimaste orfane di padre e che qualche tempo dopo la morte dei genitori, si persero di vista. La famiglia di Paola, infatti, si trasferì prima a Livorno e poi a Padova, mentre anni dopo una delle sorelle Corsini, Mimosa, si trasferì in Francia dove tuttora vive.  Ma ci sono vite destinate a rintrecciarsi, anche a distanza di anni e anni e centinaia di chilometri di distanza. Così, nell'epoca dei social dove tempo e spazio si riducono a una variabile quasi insignificante, accade che Corsino Corsini pubblichi una foto sui social e che questa rimbalzi - per una serie di fortunate coincidenze - fino all'attenzione di Paola Meini che, in quei volti paffutelli, ha riconosciuto le amiche del cuore Mammola e Mimosa da bambine. Poi le telefonate tra le tre donne, ormai ultra ottantenni, e l'incontro tra i loro figli e nipoti. Un abbraccio che chiude per sempre una profonda ferita figlia della guerra.

Alessandra Querci e Mammola Corsini in primo piano nella Caffetteria Marino Marini (Foto Gori)