Più efficienza in azienda, ma non basta Confindustria: il futuro è preoccupante

Renzo Vettori illustra i risultati della ricerca di Confindustria Toscana Nord

Chi ha resistito alla crisi lo ha fatto investendo. Ma hanno aiutato i tassi bassi e le leggi che il governo ora abolisce. Industraili di Prato, Pistoia e Lucca sono allarmati

PiSTOIA. Come sopravvivere agli anni più feroci della crisi economica del dopoguerra? L’ufficio studi di Confindustria Toscana Nord è andato a cercare la risposta scartabellando nei bilanci di 2.545 società manifatturiere di capitali dell’area Prato-Pistoia-Lucca, un sottoinsieme molto consistente del totale delle aziende della Toscana del Nord che hanno attraversato gli anni della crisi rimanendo vive. I risultati sono stati presentanti in una conferenza stampa ieri ad Assindustria Pistoia.. La risposta è in realtà doppia. Per sopravvivere, le aziende hanno innanzitutto migliorato la propria efficienza, grazie anche a una crescita forte degli investimenti, sostenuta soprattutto da un impiego sempre più rilevante di capitale proprio. Questo ha consentito di assorbire l’impatto della spettacolare crescita del costo del lavoro per unità di prodotto, esploso soprattutto dal 2008 al 2012 e poi rimasto sostanzialmente stabile negli anni successivi. Una dinamica che ha riguardato soprattutto le grandi aziende, ma che non ha risparmiato quelle più piccole. Per “rispondere” in modo adeguato le aziende avrebbero dovuto metter mano a un numero clamoroso di licenziamenti, cosa che non hanno fatto se non in minima parte. E questo è un cambiamento strutturale, che la ricerca made in Confindustria fotografa con precisione, mettendo a confronto gli indicatori del ciclo commerciale dal 2012 al 2017 (redditività delle vendite e lunghezza del ciclo commerciale).

Ma gli imprenditori industriali della Toscana del Nord non hanno dovuto fare i conti soltanto con una crescita dei costi interni, ma anche di quelli esterni, come materie prime, energia e servizi. Si pensi ad esempio allo spettacolare aumento dei costi della cellulosa per le cartiere lucchesi. Per non dire poi del costo dell’energia, che rappresenta una zavorra sempre più pesante, soprattutto per settori come quello alimentare.


A fronte di tutto questo, un aiuto consistente in questi ultimi anni è arrivato da altri fattori congiunturali, come il basso livello dei tassi di interesse e le agevolazioni tributarie decise dai governi precedenti (vedi le norme sull’Aiuto alla crescita economica, o Ace; la cancellazione dell’Irap; gli aiuti di Industria 2.0). Ma questa non è per niente una buona notizia, nel momento in cui il movimento atteso dei tassi di interesse non è certo verso il basso e in cui certe norme favorevoli alle imprese (Ace, Industria 2.0) vengono ridotte o cancellate dal governo attuale.

Insomma, l’orizzonte del futuro immediato appare piuttosto oscuro: di qui le preoccupate esternazioni dei vertici nazionali di Confindustria, ovviamente del tutto condivise dall’associazione della Toscana del Nord. «Affrontiamo con apprensione questo 2019 – commenta il presidente Giulio Grossi – che Confindustria ha ragione a ritenere difficile. Proprio perché esistono fattori incontrollabili che possono danneggiare il manifatturiero di questo paese, vale a dire il settore che tiene in piedi l’Italia, bisognerebbe fare tutto quanto il possibile per ottimizzare almeno quanto dipende dalle politiche nazionali. Non è così e lo diciamo con grande rammarico».

Valutazioni critiche che non si limitano solo al livello nazionale. «Il costo per lo smaltimento dei rifiuti industriali in Toscana è salito alle stelle – osserva ad esempio il direttore Marcello Gozzi – più che raddoppiando gli oneri a carico delle imprese».

Se questo è il quadro, chiaramente le attese per il 2018-19 non sono positive. L’analisi dei bilanci mostra un valore della produzione più che raddoppiato nel 2017 rispetto al 2016 ma un valore aggiunto sostanzialmente stagnante nel biennio.

Insomma, c’è di che preoccuparsi. —

Fabio Calamati