Giustizia lumaca: e l’avvocata protesta con lo sciopero della fame

L'avvocata Elena Baldi: il suo digiuno a base di tè ed acqua (Foto Gori)

Pistoia. Elena Baldi ha iniziato il 19 aprile il digiuno: «Tempi infiniti, abbiamo il dovere di reagire a un sistema che rischia di degenerare»

PISTOIA. Presentare un ricorso per una separazione o per lo scioglimento del matrimonio nei primi giorni di quest’anno e vedersi fissare l’udienza di comparizione a luglio 2019. Oppure presentarlo a febbraio 2018 e dover comparire davanti ai giudici il prossimo anno. Al tribunale di Pistoia la realtà è questa. E anche in quello di Prato. Eppure quelli richiesti si chiamano provvedimenti d’urgenza. Un appellativo giustificato dalla delicatezza della materia e dalla fragilità dei soggetti coinvolti.

«Dovrebbero essere fissati e tenuti in tempi strettissimi (giorni, al massimo qualche settimana) – spiega l’avvocata Elena Baldi, del foro di Pistoia – ed invece dobbiamo attendere oltre un anno, a discapito degli interessi primari delle persone e della dignità ed onorabilità della Giustizia».


Ed è nel nome della Giustizia che l’avvocata Baldi ha iniziato ormai da una settimana uno sciopero della fame, che giunge oggi al suo settimo ed ultimo giorno. Una protesta non violenta, non certo contro i giudici del tribunale di Pistoia, vittime anche loro delle decisioni che vengono prese a livello romano, ma, appunto, «contro il disinteresse o l’incapacità del nostro sistema – spiega – a fornire mezzi, uomini e risorse che permettano agli operatori (avvocati, magistrati, impiegati, consulenti) di contribuire in modo effettivo al perseguimento della Giustizia che oggi, purtroppo, è sempre più spesso un vuoto contenitore».

Da una settimana, solo acqua e tè, spinta dalla determinazione che, nell’avvocata Baldi, specializzata nelle cause di diritto di famiglia, nasce dalla consapevolezza che in una materia così delicata la rapidità della giustizia coincide spesso con la possibilità di evitare che certe situazioni di conflitto finiscano in tragedia.

«Quando assisti una parte in una separazione o un divorzio – spiega – non sempre riesci a trovare un accordo con la controparte e a depositare un ricorso congiunto, consensuale. Spesso ti trovi casi cosiddetti al limite, con bambini piccoli da tutelare, madri senza lavoro, violenze psicologiche che si ripercuotono sui figli, padri che non riescono a vedere la prole, convivenze tese che rischiano di degenerare in reati gravi. Lo strumento che abbiamo a disposizione è il ricorso giudiziale che permette (o meglio dovrebbe permettere) di avere un’udienza a breve davanti al presidente del tribunale, il quale, sentite le parti, adotta provvedimenti d’urgenza nell’interesse dei figli e dei soggetti cosiddetti deboli: assegnazione della casa coniugale, assegno di mantenimento, regolamentazione dei tempi e modi di visita tra genitori e figli...».

Questi provvedimenti, secondo la legale pistoiese, spesso non piacciono a nessuna delle parti ma segnano il confine dal quale partire per evitare il peggio: «L’assegno non è alto? Ma almeno è stabilito. I figli stanno poco con uno dei genitori? Ma almeno ci sono le regole da seguire e si evita lo scontro tra le parti. I provvedimenti presidenziali aprono la strada ad una causa lunga ma debbono intervenire subito, immediatamente, velocemente, senza perdite di tempo. Oggi purtroppo per ottenere un’udienza presidenziale occorrono dai 12 ai 16 mesi. E nel frattempo ? Non ci sono garanzie per il mantenimento della prole, la convivenza diventa forzata, nessuno molla e in questa Babilonia volano schiaffi, offese ma anche reati più pesanti. In questo caos le parti deboli non hanno tutela né regole e tutti ne fanno le spese, in particolar modo i figli. Tutti possono fare tutto, senza rispetto e molte volte con un solo fine: colpire l’altro, che va annientato se ti ha tradito, distrutto o semplicemente fatto soffrire».

Una situazione in cui gli avvocati hanno, secondo Elena Baldi, il dovere di alzare la voce, hanno l’obbligo di farsi ascoltare, pretendendo udienze (quanto meno la prima) e provvedimenti emessi celermente: «In questa situazione i legali, che traghettano queste anime nei difficili meandri “del separare con il codice ciò che si è unito con l’amore”, devono pretendere il rispetto delle parti che assistono. Ma sento tanto silenzio, troppo silenzio, un assordante silenzio che porta spesso a fatti criminali. Noi avvocati abbiamo il compito ed il dovere di reagire ad un sistema che rischia di degenerare, altrimenti siamo complici di ciò che accade».

E lei ha reagito. Con il suo sciopero della fame. Che è servito a riportare l’attenzione (lo testimonia anche l’intervista in diretta di due giorni fa a Radio Radicale) sul problema, che non è solo del tribunale di Pistoia e di quello di Prato ma è comune a quasi tutti quegli italiani.

«E’ dimostrato – conclude – che le riforme, le leggi, i codici senza un adeguato supporto materiale non possono funzionare. Io spero di poter dare un piccolo segno che potrebbe diventare un segnale se altri operatori aderissero all’iniziativa».

E in questi giorni sono stati centinaia i messaggi di solidarietà arrivati da colleghi di tutta Italia.