L’ombra della camorra sul fallimento

La polizia davanti all'autosalone Autofutura a Quarrata (Foto Gori)

Ciro e Vincenzo Ascione accusati di usura aggravata da finalità mafiosa nei confronti dei titolari dell’autosalone Autofutura con punti vendita a Quarrata e Pistoia

PISTOIA. Un autosalone fallito. Uno dei due fratelli titolari della ditta che si toglie la vita. L’ombra della camorra che si sarebbe insinuata nell’azienda ormai in fase di dissesto concedendo un prestito a tasso usuraio. La presunta vittima dell’usura che non si presenta in aula e alla prossima udienza verrà accompagnato dai carabinieri.

E’ una storia intricata e dalle tinte forti quella legata all’autosalone Autofutura sas dei fratelli Silvano e Simone Santini. Storia in parte già sviscerata nel processo per bancarotta fraudolenta che nel 2010 ha visto il quarantaseienne Silvano patteggiare una condanna a tre anni di reclusione. I magistrati gli contestarono la distrazione di circa due milioni e centomila euro. L’autosalone Autofutura è stato dichiarato fallito il 27 novembre del 2008, tredici giorni dopo che Simone fosse trovato morto nei boschi fra Il Signorino e Sammommè.

Ma c’è stata una infiltrazione camorristica in quella vicenda? E’ questa ora, in sintesi, la domanda alla quale il tribunale di Pistoia, presieduto da Roberto Tredici con a latere Gianluca Mancuso e Jacqueline Magi dovrà dare risposta nell’ambito del processo che vede come imputati di usura aggravata da finalità mafiosa Vincenzo e Ciro Ascione, padre e figlio, originari di Ercolano, residenti a Prato ma con Vincenzo di fatto latitante.

Il processo pistoiese nasce dalle intercettazioni effettuate dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Firenze nell’ambito del processo sul traffico illecito di rifiuti tessili e di plastica provenienti da finte raccolte umanitarie. Un traffico internazionale verso paesi del Nord Africa e dell’estremo oriente (Cina) tanto da far supporre agli investigatori un cartello fra organizzazioni camorristiche italiane e mafia cinese.

L’inchiesta portò i magistrati fiorentini ad indagare sessantacinque persone e ad emettere ordini di custodia cautelare proprio nei confronti di padre e figlio Ascione. Vincenzo peraltro è lo stesso che era stato arrestato e poi assolto in appello per l’omicidio a Montemurlo nel 1999 di Ciro Cozzolino per vicende legate al commercio degli abiti usati. E proprio intercettando gli Ascione che - secondo gli investigatori - in quel periodo erano legati al clan camorristico campano degli Ascione - Saurino, i magistrati si imbatterono in un presunto giro di usura ai danni dei titolari della società Autofutura sas specializzata nella vendita e nel commercio di auto di grossa cilindra con autosaloni a Quarrata e Pistoia.

Nell’ultima udienza del processo ha testimoniato una delle dipendenti dell’autosalone che ha ricordato come è nato ad inizio 2008 il prestito fra gli Ascione e i Santini. «Silvano mi aveva confidato che quasi scherzando aveva detto agli Ascione, che frequentavano l’autosalone fin dal 2004 quando avevano comprato alcune auto di grossa cilindrata, che aveva bisogno di un prestito di centomila euro perché le banche gli chiedevano di rientrare dai fidi pena la chiusura dei conti – ha raccontato la donna – E che dopo nemmeno un paio di ore Ascione si ripresentò con una borsa con dentro centomila euro in contanti, col patto che lui doveva poi restituirli al tasso del 2 per cento». L’attenzione del pubblico ministero, Angela Pietroiusti della Dda, e del presidente del tribunale si è concentrata proprio su quel 2 per cento di interessi che i Santini avrebbero dovuto pagare, per cercare di capire dalla testimone se fosse un tasso giornaliero, mensile o annuale. Un particolare fondamentale visto il capo di accusa. Ma la donna non è stata in grado di rispondere nonostante le insistenze e gli ammonimenti dei giudici a dire tutta la verità di quanto ricordasse. Dalle intercettazioni telefoniche infatti, agli investigatori risulterebbe che il tasso complessivo arrivasse al 36%.

La testimone ha poi confermato che le due famiglie Santini si sarebbero riunite più volte, anche dopo la morte di Simone, per cercare di trovare una soluzione per pagare i debiti, anche vendendo le loro proprietà immobiliari.

Nel controinterrogatorio della teste, l’avvocato Antonino Denaro, legale di fiducia di Ciro e Vincenzo Ascione, ha chiesto ed avuto conferma che i fratelli Santini fossero fortemente indebitati con le banche con le quali avevano da sempre rapporti di lavoro, ovvero Cassa di Lucca, Monte dei Paschi e Credito cooperativo di Vignole, e anche che in quel periodo avessero inutilmente chiesto un prestito di un milione di euro alla Banca Interregionale di Arezzo.

Nella prossima udienza il sostituto procuratore della Dda, Angela Pietroiusti, ha chiesto di ascoltare Silvano Santini, la moglie Milena e la cognata Francesca.