La sentenza del 2004: «Non potevano prevedere il rischio per i loro operai»

Primo giugno 2004: il giudice Alessandro Buzzegoli legge la sentenza di assoluzione (foto Gori)

Pistoia, nessun colpevole per quei 17 decessi. Il perché dell’assoluzione nelle 270 pagine di motivazioni dell’allora giudice monocratico Alessandro Buzzegoli

PISTOIA. I dirigenti della Breda negli anni dal 1965 al 1986 non potevano prevedere il rischio che decine di loro dipendenti morissero per tumore ai polmoni o per mesotelioma, né sapevano che per scongiurare questa eventualità fosse necessario eliminare completamente l’amianto dalle lavorazioni. In quegli anni l’unico rischio conosciuto era quello dell’asbestosi, che si combatteva “riducendo” l’amianto, non “eliminandolo”.

Queste, in sintesi, le ragioni per cui, allora in veste di giudice monocrato, Alessandro Buzzegoli assolse – il 1º giugno 2004 – i quattro ex dirigenti dello stabilimento Breda di via Ciliegiole Pietro Callerio, Giuseppe Capuano, Corrado Fici e Roberto Cai (i primi due ora deceduti), accusati di omicidio colposo per la morte di 17 persone (15 ex operai della Breda, un’addetta alle pulizie di una ditta esterna e un dipendente della Siri, l’azienda che in Breda coibentava le carrozze) e di lesioni colpose nei confronti un altro ex operaio, allora malato di tumore polmonare e poi deceduto.

Reali rischi non conosciuti. Secondo il giudice, all’epoca dei fatti non erano a conoscenza dei rischi dell’amianto, né potevano esserlo, e considerarli responsabili delle successive morti dei dipendenti avrebbe significato attribuire loro una responsabilità oggettiva solo per il fatto di aver usato l'amianto. Ma, disse il giudice, la responsabilità penale è soggettiva, e nel caso dei quattro ex dirigenti Breda non c’erano sono i presupposti per il reato colposo né sotto il profilo specifico né sotto quello generico, perché le malattie e le morti «non erano prevedibili» e «nemmeno concretamente evitabili».

Mesoteliomi imprevedibili. «Occorre in definitiva porsi questa semplice domanda – scrisse nelle motivazioni della sentenza il giudice – : gli imputati potevano in concreto prevedere (e dunque evitare) che, anche a distanza di molti anni (data la lunga latenza media della malalattia), e pur in presenza di livelli di concentrazione di fibre di amianto molto bassi, sicuramente inidonei a causare asbestosi (e insufficienti anche a provare l’esistenza del nesso causale con i tumori al polmone), alcuni dei loro dipendenti sarebbero deceduti a causa di una rarissima forma tumorale, il mesotelioma appunto, dalle caratteristiche assolutamente diverse dall’asbestosi, non fosse altro che per le conseguenze tragicamente infauste nell’uno (il tumore) rispetto all’altra (la fibrosi polmonare)?».

Secondo il pm di allora, Jaqueline Magi, sì, ma per il giudice Buzzegoli si trattava «di un assunto che è rimasto indimostrato nel processo, anzi, per meglio dire, di un assunto in concreto smentito».

Invece tutte le risultanze processuali portavano, secondo il giudice, a «una sola conclusione: quella cioè dell’assenza di prova in ordine alla consapevolezza che anche minime esposizioni al fibre di amianto potevano causare una malattia rara e gravissima come il mesotelioma pleurico».

Non fu accolta la tesi secondo cui le misure di prevenzione per l’asbestosi erano le stesse del mesotelioma: «Mettere sullo stesso piano l’asbestosi e il mesotelioma significa non tenere assolutamente conto delle peculiarità di ciascuna di queste due malattie sicuramente non evitabili attraverso le medesime misure di prevenzion, perché l’asbestosi è con certezza prevenibile riducendo il livello di esposizione alle fibre di amianto, il mesotelioma solo ed esclusivamente eliminando del tutto detta esposizione».

Responsabilità oggettiva. Il giudice si domandò anche se gli imputati «avrebbero dovuto comunque essere al corrente di questa correlazione» fra l’esposizione all’amianto e il mesotelioma. E la risposta fu negativa perché «altrimenti si verrebbe a rimproverare al datore di lavoro di non aver adottato, ad esempio negli anni ’70, misure preventive come quella dell’eliminazione completa dell’amianto, quando è dimostrato che una misura del genere è stata “accettata” dalla comunità sociale e quindi imposta dallo stesso legislatore solo dopo molti anni (1992)».

Per il giudice «l’unica misura che può dirsi veramente cautelativa dal rischio di questa gravissima (e rara) patologia è soltanto la completa eliminazione dell’amianto dal ciclo produttivo, misura che è stata presa in Italia soltanto nel 1992».